RIFLESSIONI SUL PERSONAL BRANDING

Sono andata a scomodare quella gran gnocca di Lady Oscar, mio idolo dell’infanzia per parlare di divise, immagine, regole e modernità.

Lei sì che ci sapeva fare in tema di Personal Branding e ha dimostrato che la sua divisa, per quanto fosse una prigione, in fondo era espressione di una personalità molto ‘anticonformista’ rispetto all’epoca in cui viveva!

Ma veniamo a noi.

A distanza di qualche giorno dalla prossima Colazione di Stile, dove appunto si parlerà di Personal Branding, mi sono interrogata sul senso di questo concetto, pilastro della odierna cultura digitale, elevato a materia di studio nelle facoltà universitarie, protagonista di numerosi eventi, legittimato per giustificare molti comportamenti sociali, online e offline.

Sto riflettendo su questo argomento perché sembra che nell’attuale contesto storico non si possa dare un senso alla propria esistenza, personale e professionale, senza lavorare al proprio ‘brand’ e la domanda spontanea allora è: come abbiamo fatto a vivere senza fino a oggi?

In realtà noi oggi stiamo solo dando una precisa definizione, un perimetro, una forma  a un contenuto che c’è sempre stato ma di cui forse ignoravamo il valore, la portata, i benefici perché avevamo altre priorità, altri interessi, altre regole che governavano il mondo.

Illuminante a questo proposito è stato per me leggere qualche tempo fa un articolo di Angelo Flaccavento dal titolo ‘In uniforme non mi uniformo’, pubblicato su Vogue.

In sostanza Flaccavento offre una sua personale visione della società contemporanea e sostiene che il ‘culto del ME’ e del ‘vale tutto’ ha portato a una estremizzazione del concetto di ‘personal branding’, a una quasi degenerazione e in molti casi appiattimento.

Una volta (sì…lo so…questo incipit è proprio da chi sta per compiere i 45 anni!) le divise, gli stereotipi, i cliché sembravano una gabbia che non permetteva di esprimere se stessi, la propria personalità.

Oggi questi stessi ‘demoni’ che abbiamo combattuto e abbattuto tornano nuovamente in auge perché in un mondo ‘liquido’ ci ridanno dei confini, delineano degli argini a cui aggrapparsi per avere delle certezze, per acquisire maggiore fiducia.

Mi spiego e lo faccio citando anche degli esempi fatti dallo stesso Flaccavento.

Oggi “burocrati e quadri sembrano aver perso, e noi con loro, ogni coscienza della rappresentazione di sé, l’orgoglio di ruolo e infine il senso della dignità, presi (come sono) a combattere contro regole e protocolli in nome della modernità dell’apparire”.

Cosa vuol dire questa affermazione?

Semplice. C’erano bon ton e galateo anni addietro a fare da bussola, c’erano educazione e decoro. C’erano regole non scritte, tramandate dalle nonne, che spiegavano come vestirsi in ufficio, a un matrimonio, in chiesta, al supermercato.

Oggi invece’ vale tutto’, per l’appunto, e il culto del ME porta gli individui non a emergere, ma piuttosto ad appiattirsi perché non si fa distinzione tra le diverse situazioni della vita e ci si veste (e comporta) allo stesso modo per sostenere un colloquio in banca o andare a un aperitivo con gli amici.

Chi mi segue sa che uso spesso un esempio per dare significato alle mie lezioni sul tema dell’Immagine, dell’Employee Branding: la dipendente di una banca che si presenta in ufficio come se fosse appena uscita dalla discoteca.

Beh, non ci volevo credere mentre lo leggevo, ma Flaccavento nel suo articolo fa riferimento alla stessa casistica….’E allora eccole, le impiegate, sbrilluccicanti di glitter festaiolo alle otto di mattina o intrusciate in drappi da occupazione sessantottina”.

E i maschi?

Li vediamo ‘in camicie, pantaloni e rarissime giacche troppo strette. Con i capi che fanno i disinvolti e i sottoposti che mollano i freni”. Una débâcle che fa rimpiangere Fantozzi!

In tema di abbigliamento, il cavallo di Troia che ci ha portato a questa situazione è – sostiene Flaccavento – il casual Friday che ormai ha tracimato su tutta la settimana, sabato e domenica compresi.

Insomma le convenzioni (preferisco usare questo termine che la parola ‘divise’) aiutavano a darci un’identità, a riconoscerci. Oggi invece sembriamo tutti uguali, perché vestiamo tutti uguali e ne consegue che è ancora più importante trovare una via per rendere manifesta, esplicita, unica la nostra persona e personalità.

Ecco perché va tanto di moda il Personal Branding!

Oggi è più moderno seguire le regole che ignorarle o trasgredirle.

Ci impressiona di più vedere un giovane uomo vestito in doppio petto che in jeans e maglietta. E quando dico ‘impressiona’ intendo proprio che cattura la nostra attenzione, attira, incuriosisce,  piace…perché è gradevole vedere in  mezzo a tanta confusione (e sciatteria) un tocco di bellezza e eleganza, soprattutto da una persona da cui non ce lo si aspetta più…

Quando tutto è concesso” prosegue Flaccavento “la vis si affloscia. A forza di fare come meglio si crede vanno a rotoli civiltà, gusto e cultura”.

Ciò non significa che si deve tornare a vecchi dogmi ormai anacronistici, ma lo sforzo cui siamo chiamati è di dare nuovi significati a vecchie regole, tradizioni, cliché per essere davvero innovativi.

Essere fuori moda oggi è la vera forza progressiva, la spinta all’evoluzione.

Quindi sì, parliamo di Personal Branding, ma diamogli solide fondamenta.

Affermo sempre che oggi non si deve più parlare di divise, ma di stile personale, non di rigido dress code, ma di un ‘customized business code’ e resto fermamente convinta di questo.

Aiutare le persone a trovare una loro immagine e cifra stilistica è il mio lavoro quotidiano ma sempre muovendosi nel perimetro del buon senso, dell’eleganza, dell’attenzione verso se stessi e il mondo che ci circonda anche attraverso il rispetto delle regole.

La mancanza di codici estetici, l’indecifrabilità dei segni vestimentari, l’inadeguatezza dei look non deve sopraffarci e disorientarci. Dare una forma congrua al nostro contenuto aiuta a definire meglio la nostra identità,  ad assumere un ruolo, ad avere un senso.

E’ una questione di ossimori”, conclude Flaccavento “l’anticonformismo conforma, mentre le uniformi non uniformano” 🙂

 

 

 

 

 

 

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