Bob Mackie se n’è andato a 87 anni, lasciandoci un mondo fatto di cristalli, piume, trasparenze, paillettes e una quantità di glitter probabilmente sufficiente a illuminare Hollywood per qualche decennio ancora.
Ma sarebbe un errore ricordarlo semplicemente come il designer degli abiti scintillanti.
Bob Mackie aveva capito qualcosa di molto più importante: un abito può rendere visibile una personalità.
E questa è forse la lezione più interessante che lascia anche a noi, comuni mortali che difficilmente avremo occasione di presentarci a cena con un copricapo di piume alto mezzo metro e un abito completamente ricoperto di cristalli.
L’uomo che trasformò il glitter in identità
Mackie ha vestito alcune delle donne più spettacolari dello show business: Cher prima di tutte, ma anche Diana Ross, Tina Turner, Carol Burnett, Barbra Streisand e molte altre.
Con Cher, in particolare, accadde qualcosa che va molto oltre il semplice rapporto fra stilista e cliente.
Mackie contribuì a costruire un’immagine.
Il corpo diventava parte dell’abito, le trasparenze eliminavano apparentemente il confine tra pelle e tessuto, le paillettes catturavano la luce, le piume amplificavano il movimento.
Tutto era esagerato.
Eppure, su Cher, tutto sembrava perfettamente coerente.
Ed è qui che arriva la prima grande lezione di consulenza d’immagine.
Non esiste un capo spettacolare in assoluto. Esiste un capo spettacolare sulla persona giusta.
Lo stesso Mackie raccontava che, quando altre attrici gli chiedevano qualcosa di simile agli abiti creati per Cher, la sua risposta era sostanzialmente una: tu non sei Cher.
Una frase apparentemente brutale, ma che racchiude uno dei principi fondamentali dello stile.
Non dobbiamo vestirci come qualcun altro.
Dobbiamo capire che cosa può raccontare noi.
Brillare non significa necessariamente farsi notare
Qui nasce il paradosso.
Bob Mackie è stato uno dei maestri dell’eccesso, ma la sua lezione può essere utilissima anche per chi ama uno stile minimal.
Perché il punto non sono le paillettes.
Il punto è la luce.
Un outfit completamente opaco, uniforme, privo di contrasti e di punti di attenzione può risultare spento anche quando è tecnicamente impeccabile.
Inserire un elemento capace di riflettere la luce può invece cambiare completamente la percezione dell’insieme.
E non occorre certo presentarsi in ufficio vestite da Cher.
Può bastare un orecchino luminoso.
Una spilla.
Una scarpa metallizzata sotto un pantalone molto semplice.
Una borsa con una superficie leggermente iridescente.
Un filo lurex dentro una maglia.
Un bottone gioiello.
Una collana portata sopra una camicia bianca.
Persino un tessuto satinato accostato a uno opaco.
Il glitter, tradotto nella vita reale, diventa un punto luce.
La regola del “punto luce”
Possiamo allora prendere l’universo Mackie e ridurlo a una formula molto semplice:
base + punto luce + intenzione.
Prendiamo un completo blu scuro. Perfetto, elegante, professionale.
Aggiungiamo un piccolo orecchino dorato o una décolleté metallizzata: cambia immediatamente.
Jeans, T-shirt bianca e blazer?
Una spilla importante sul rever può essere sufficiente.
Un abito nero molto semplice?
Una clutch gioiello oppure un paio di orecchini luminosi possono diventare il punto focale dell’intero look.
Non dobbiamo aggiungere dieci elementi.
Anzi.
Nella quotidianità spesso un solo elemento luminoso funziona proprio perché tutto il resto gli lascia spazio.
Anche la luce deve essere quella giusta
Naturalmente, come sempre nella consulenza d’immagine, non tutte le luci sono uguali.
Oro, argento, bronzo, rame, cristalli trasparenti, perle, superfici satinate o iridescenti producono effetti completamente differenti.
La temperatura cromatica personale, il contrasto, i colori indossati e persino la texture del tessuto modificano il risultato.
Una superficie dorata restituisce una luce calda.
L’argento crea una luminosità più fredda.
Una paillettes opaca produce un effetto molto diverso da un cristallo.
Il satin illumina senza “fare glitter”.
Il velluto, al contrario, assorbe e restituisce la luce creando profondità.
Ecco perché anche un dettaglio apparentemente piccolo dovrebbe dialogare con la persona e con l’intero outfit.
C’è poi una questione di personalità
Ed è forse la parte più importante.
Non tutte desideriamo essere viste nello stesso modo.
C’è chi entra in una stanza e ama essere immediatamente notata.
Chi preferisce incuriosire.
Chi vuole comunicare autorevolezza.
Chi eleganza.
Chi creatività.
Chi sensualità.
Chi discrezione.
Bob Mackie costruiva abiti per donne che salivano su un palco. Il loro compito era anche quello di essere viste dall’ultima fila.
Noi, generalmente, dobbiamo entrare in un ufficio, partecipare a una riunione, andare a cena, accompagnare qualcuno a teatro o semplicemente vivere la nostra giornata.
La quantità di luce deve quindi essere proporzionata alla persona, al contesto e al messaggio che vogliamo trasmettere.
La vera eredità di Bob Mackie
Forse è proprio questa.
Non ci ha insegnato che dobbiamo indossare più glitter.
Ci ha insegnato che non dobbiamo avere paura di dare carattere alla nostra immagine.
Possiamo farlo con una cascata di cristalli oppure con un minuscolo orecchino.
Possiamo scegliere una giacca di paillettes oppure semplicemente un tessuto che catturi bene la luce.
L’importante è che quel dettaglio non sembri messo lì per caso.
Deve parlare la stessa lingua della persona che lo indossa.
Cher poteva entrare agli Oscar con piume, trasparenze e cristalli ed essere perfettamente credibile perché quell’immagine era diventata parte del suo linguaggio visivo.
Noi possiamo prendere quella stessa lezione e portarla nella quotidianità.
Con qualche paillettes in meno, probabilmente.
Ma senza rinunciare a brillare.

