Anni ’70: moda anarchica.

Negli anni ‘70 cambia il concetto di individuo. Questo viene posto al centro dell’attenzione. Da qui è il singolo a dar voce alla moda.

Mentre gli anni ‘60 fungono da passaggio tra il decennio precedente e quello successivo, affermando ed avviando nuovi canoni estetici, nuovi colori e nuovi stili; negli anni ‘70 non si segue più una moda ben precisa, ma ognuno si veste liberamente, esprimendo se stessi ed esaltando la propria individualità, andando contro tutte le regole con libertà assoluta e questo atteggiamento diventa di per sé una moda.

Influenzate soprattutto dalla musica, nascono nuove subculture che rispecchiano diversi filoni ideologici e politici. Quello che essenzialmente accomuna tutte queste subculture sono i must have di questo decennio ovvero il jeans, utilizzato in tutte le sue forme sia per uomini che per donne e le scarpe con zeppa dette platform, usate anche dagli uomini.

La nascita di innumerevoli subculture ha dunque portato ad una grande varietà di stili, spesso in netta contrapposizione tra loro. Sicuramente quella più affermata è quella dei figli dei fiori, dell’amore libero e del movimento hippie, una continuazione del movimento “flower power” nato alla fine degli anni ’60.

Il loro stile era caratterizzato da stampe floreali e colori molto vivaci che caratterizzavano le camicie tie dye e i loro abiti, noti come “maxis”, e le loro gonne larghe e lunghe alla caviglia. Vi erano blouse messicane, top e gilet ricamati in pizzo crochet, gilet scamosciati con le frange, mantelle e ponchos.

Questo stile anni settanta lo possiamo ritrovare nelle gonne e nei maxiabiti di Michael Kors e di Salvatore Ferragamo. Gli accessori erano fatti con materiali naturali ed erano artigianali: piume, legno, conchiglie, perline indiane e molto altro. Rappresentavano un mix di culture. Uno dei protagonisti di questo decennio è infatti la maglieria con maglioni con le trecce e cardigan in lana grossa.

Un altro stile è quello di un abbigliamento più pratico ed utilitario che si rifà alla classe operaia, un must era la tuta che adotta un approccio minimal e che condurrà all’activewear americano che si affermerà maggiormente per tutti gli anni ’80. Osservando le vetrine si posso trovare molte proposte di questo tipo come la tuta classica dai colori brillanti di Emporio Armani, quella in tonalità calde di Elisabetta Franchi e quella sportiva di Lacoste, ma vi sono anche proposte in denim come Philosophy di Lorenzo Serafini o in pelle come Zadig & Voltaire.

Inoltre, in questo periodo la T-shirt assume una nuova importanza, viene intesa come vero e proprio capo d’abbigliamento e non più come semplice indumento intimo e la si può trovare in vari colori e con slogan o disegni elaborati. Delle proposte interessanti le possiamo ritrovare in Gucci e Chanel.

Altri ancora prendevano ispirazione dai film hollywoodiani anni ’40 reinterpretando un look semplice e lineare che riprendesse il concetto di unisex soprattutto nei blazer, con tessuti preziosi ed ampi revers e poi c’erano i pantaloni palazzo da portare con le camicie. Attualmente proposte di questo tipo le possiamo ritrovare nel completo in velluto di Dondup e di Zara.

Verso la fine degli anni ’70 si diffonde uno stile che poi sarà parte fondamentale degli anni ottanta, caratterizzato da giacche con spalle molto larghe, mentre si tendeva a fasciare la parte inferiore del corpo. Con la disco music si ha anche un altro tipo di stile dato da abiti realizzati con materiali artificiali, camicie di lurex, lustrini, abiti lunghi da sera, avvolgenti e con spacchi vertiginosi, maxi gonne e pantaloni larghi.

Un’altra subcultura rilevante è quella dei Punk il cui obiettivo era quello di creare caos e destabilizzazione tramite elementi di disturbo non solo musicali. Manifestavano il rifiuto per il conformismo della società in ogni modo possibile, anche nell’estetica e nell’abbigliamento: abiti strappati, calze a rete, spille, piercing, catene, capelli rasta, colorati e con le creste. Sia donne che uomini si ribellavano diventando “ogni cosa che la società detestasse”.

Trattandosi di diversi stili molto liberi e sciolti, in linea con le proprie ideologie, il make-up e l’hairstyle degli anni ’70 rispecchiano molto le subculture dalle quali provengono: possono essere estremamente naturali quanto molto appariscenti. In prevalenza però troviamo un make-up naturale con capelli sciolti o comunque capigliature semplici, arricchiti con fasce per capelli colorate e sgargianti.

La moda degli anni 70 potrebbe essere identificata con quella contemporanea: ognuno si veste come vuole, ma con la differenza che oggi non ci si identifica in nessun gruppo. S i è perso il senso d’appartenenza e di volontà di esprimere una propria ideologia.

di Maria Francesca Picardi

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