Quando vent’anni fa ho visto Il Diavolo Veste Prada per la prima volta, avevo 32 anni.
Lavoravo come impiegata in un’azienda di informatica e mi sentivo una delle tante donne con una vita “normale”: un lavoro ordinario, giornate piene, responsabilità, routine. Ma dentro di me c’era da sempre una passione enorme per la moda, per la bellezza, per tutto ciò che è costruzione estetica, immagine, armonia, spettacolo.
Così, come molte persone, guardai quel film con gli occhi di chi quel mondo non lo conosce davvero.
Con gli occhi di chi lo immagina da fuori.
Con il fascino di chi si chiede:
come sarebbe lavorare nella moda?
Come sarebbe vivere circondata da abiti, redazioni, sfilate, creatività, bellezza, arte, luci, movimento, perfezione?
Allora quel film mi sembrava una finestra su un universo lontano. Desiderabile, magnetico, quasi irraggiungibile.
Oggi, vent’anni dopo, mi sono ritrovata a guardare il secondo film con occhi completamente diversi.
Non più con gli occhi della ragazza che sogna di entrare in quel mondo.
Ma con gli occhi della donna che, oggi, in quel mondo ci lavora davvero.
E questa è stata la cosa più potente.
Perché conoscere da dentro certi meccanismi non mi ha tolto la magia.
Al contrario: me l’ha restituita con ancora più forza.
Non guardavo più un sogno. Guardavo una parte della mia vita.
Oggi lavoro nella moda, nell’immagine, nella formazione, nella consulenza. Lavoro con le persone, con i brand, con le aziende. Lavoro con i colori, con gli abiti, con l’identità, con la comunicazione non verbale, con tutto ciò che rende visibile ciò che una persona è, o desidera diventare.
E mentre guardavo il film mi sono resa conto di una cosa molto semplice, ma anche molto forte: avrei dovuto farlo prima.
Il mio ingresso in questo mondo sarebbe dovuto avvenire appena finita la scuola. Avrei dovuto ascoltare prima quella voce, quella passione, quella chiamata.
Ma chi conosce la mia storia sa che le cose sono andate diversamente, per una serie di motivi, di scelte, di passaggi di vita.
E va bene così.
Perché l’importante, alla fine, è essere arrivata qui.
L’importante è avere realizzato un sogno che non è nato da adulta, ma da bambina.
Io non volevo essere sul palco. Volevo capire la magia che lo rendeva possibile.
Quando ero piccola guardavo gli spettacoli del sabato sera in televisione.
Prima con Heather Parisi, poi con Lorella Cuccarini.
Ma non li guardavo perché volevo essere loro.
Non volevo essere la ballerina.
Non sognavo necessariamente di stare al centro della scena.
Io ero rapita da tutto il resto.
Dai costumi.
Dalla musica.
Dalle luci.
Dai colori.
Dalla scenografia.
Dal movimento collettivo.
Dalla costruzione di quel momento magico in cui tanti elementi diversi si univano e diventavano spettacolo.
E questa cosa me la sono portata dietro per tutta la vita.
Ancora oggi, per me, una sfilata non è mai solo una sequenza di abiti.
È spettacolo.
È ritmo.
È regia.
È suono.
È luce.
È corpo.
È intenzione.
È coordinazione.
È visione.
E forse è proprio per questo che nella mia vita c’è stato anche un passaggio importante nel mondo del teatro. Sono laureata in Storia del Teatro e diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica, ma anche lì non cercavo necessariamente il ruolo dell’attrice.
Cercavo ancora una volta quel luogo invisibile ma potentissimo:
il dietro le quinte.
Quello spazio in cui qualcuno tiene insieme i fili, coordina, immagina, costruisce, dà senso a ogni dettaglio.
Quel ruolo un po’ da demiurgo che lavora prima, lavora dietro, lavora nell’ombra, e poi il giorno della prima può sedersi in platea e godere del risultato finale.
Un risultato che non è mai fatto da un solo elemento, ma da un ensemble perfetto di dettagli.
Ecco, guardando Il Diavolo Veste Prada 2, io ho ritrovato esattamente questo.
La magia non è sparita. È diventata più consapevole.
Il primo film lo avevo visto da spettatrice affascinata.
Il secondo l’ho visto da professionista.
E forse è per questo che mi è piaciuto di più.
Perché oggi, in ogni battuta, in ogni scelta di outfit, in ogni costruzione scenica, in ogni dinamica professionale, riuscivo a cogliere molto di più.
Vedevo il meccanismo.
Vedevo il lavoro.
Vedevo la fatica dietro l’apparente perfezione.
Vedevo il peso delle decisioni, la velocità, la pressione, la necessità di essere sempre presenti, sempre lucidi, sempre all’altezza.
Frasi come ‘questo ruggine per te che sei bianca come il latte non va bene‘ prima non le capivo…ora mi dicono tutto!
Ma vedevo anche la bellezza.
Quella bellezza che non è solo estetica, ma è energia vitale…come quando Andy chiede in prestito a tutti i costi un abito colorato, vitaminico.
Perché quando ami profondamente un mondo, anche conoscendone le ombre, non smetti di sentirne il fascino.
Anzi, forse lo senti ancora di più.
Sì, questo lavoro ha un prezzo.
Nel film Miranda Priestly lo dice chiaramente: questo lavoro ha un prezzo.
E sì, è vero.
Chi lavora nella moda, nell’immagine, nella comunicazione, nella formazione, nella creatività, lo sa bene.
Il prezzo esiste.
È fatto di sacrifici.
Di rinunce.
Di scelte difficili.
Di momenti in cui il lavoro prende spazio sulla vita privata.
Di equilibri complicati tra famiglia, ambizione, responsabilità e desiderio personale.
Ci sono giorni in cui quel prezzo pesa.
Pesa come un macigno.
Ci sono momenti in cui la fatica non ti toglie necessariamente la motivazione, ma ti consuma un po’ l’entusiasmo.
E io lo confesso: in questo periodo ero un po’ stanca.
Stanca del lavoro, della corsa, delle responsabilità, delle scelte continue, della consapevolezza che ogni sogno realizzato chiede comunque qualcosa in cambio.
Poi mi sono seduta al cinema.
E scena dopo scena mi sono accorta che stavo guardando il film con l’avidità di una bambina.
Volevo rubare ogni dettaglio.
I colori.
Gli abiti.
I retroscena.
I dialoghi.
Gli sguardi.
La costruzione di ogni immagine.
L’adrenalina di un mondo che corre veloce, ma che quando lo ami ti fa sentire viva.
E lì ho capito una cosa.
Mi ero solo dimenticata, per un attimo, perché avevo scelto tutto questo.
Il potere dell’arte è anche questo: svegliarti.
Nel film Miranda dice ad Andy:
“Il tuo arrivo mi ha svegliata.”
Ecco, per me questo film ha fatto qualcosa di simile.
Mi ha svegliata.
Mi ha ricordato che l’arte ha questo potere straordinario: ti fa vedere, sentire, emozionare.
Che sia un film, una canzone, uno spettacolo teatrale, una sfilata, una performance, l’arte può arrivare in un punto preciso della tua vita e rimettere in movimento qualcosa che si era appannato.
A me è successo così.
Sono entrata al cinema forse un po’ affaticata.
Ne sono uscita con addosso di nuovo quell’adrenalina che conosco benissimo.
La stessa adrenalina che provo quando lavoro a una consulenza d’immagine con una cliente privata.
La stessa che sento quando entro in un’azienda per fare formazione.
La stessa che vivo quando lavoro nel contesto della moda, con i brand, durante gli eventi, nelle situazioni in cui l’immagine diventa linguaggio, presenza, identità.
La stessa che sento quando insegno nella mia Academy e vedo le mie allieve scoprire, passo dopo passo, che questo lavoro non è solo tecnica, ma visione.
Non lo faccio perché è un lavoro. Lo faccio perché lo amo.
E questa forse è la verità più semplice.
Io questo lavoro lo amo.
Non lo faccio solo perché è diventato la mia professione.
Lo faccio perché mi dà piacere.
Mi dà piacere essere circondata da colori, tessuti, abiti, paillettes, dettagli, bellezza, ricerca, creatività.
Mi dà piacere vedere come un’immagine possa cambiare la percezione di sé.
Mi dà piacere aiutare una persona a ritrovare coerenza tra ciò che sente dentro e ciò che mostra fuori.
Mi dà piacere lavorare con le aziende e spiegare che immagine, presenza, portamento, cura e stile non sono superficialità, ma strumenti di comunicazione, relazione e valore.
Mi dà piacere insegnare questo mestiere e trasmettere alle nuove consulenti d’immagine non solo delle competenze, ma un modo più profondo di guardare le persone.
Perché per me la moda non è mai stata solo moda.
È identità.
È cultura.
È teatro.
È linguaggio.
È emozione.
È costruzione di senso.
E no, non bisogna perdere se stesse per farne parte.
Spesso si dice che nel mondo della moda, o più in generale nei settori creativi e molto competitivi, per essere accettati bisogna scendere a compromessi.
Bisogna derogare alle proprie regole.
Bisogna adattarsi.
Bisogna accettare dinamiche che magari non ci appartengono.
Bisogna fare scelte che non sempre rispecchiano i propri valori.
È vero: a volte ci si trova davanti a questo tipo di bivio.
Ma credo anche che ognuno di noi sia sempre libero di decidere da che parte stare.
Io, come sapete, sono spesso quella che sceglie di stare “dalla parte sbagliata”.
Quella delle scelte impopolari.
Quella della coerenza.
Quella dell’autenticità.
Quella dell’etica personale, anche quando costa.
E questo non ha mai tolto magia al mio lavoro.
Anzi, forse me lo ha fatto amare ancora di più.
Perché la vera bellezza, per me, non è mai separata dalla sostanza.
La vera eleganza non è mai solo apparenza.
È scelta.
È posizione.
È responsabilità.
È capacità di restare fedeli a se stessi, anche dentro mondi che sembrano chiederti continuamente di diventare qualcun altro.
Per questo il secondo film mi è piaciuto più del primo.
Perché il primo l’ho guardato da fuori.
Il secondo l’ho guardato da dentro.
Il primo mi aveva fatto sognare un mondo.
Il secondo mi ha ricordato che quel mondo, oggi, è parte della mia vita.
Mi ha ricordato la bambina che guardava i costumi del sabato sera non per essere sul palco, ma per capire come si costruisce la magia.
Mi ha ricordato la studentessa di teatro che cercava il senso della scena dietro la scena.
Mi ha ricordato la donna che ha cambiato strada, anche se tardi, per andare finalmente dove sentiva di dover andare.
Mi ha ricordato la professionista che ogni giorno lavora con immagine, identità, bellezza, formazione, moda e persone.
E soprattutto mi ha ricordato una cosa che, nei momenti di stanchezza, rischiamo di dimenticare:
quando un lavoro lo ami davvero, la fatica non cancella la magia.
A volte la copre soltanto.
Poi arriva un film, una scena, una frase, un’emozione.
E tutto torna a brillare.
