Libertà e felicità. Cosa ne penso io.

Ieri sera ho visto per caso un film, Il caffè della pazza gioia.

Ho acceso la televisione, ho fatto un po’ di zapping e mi sono fermata davanti a questa locandina: una donna che corre libera in mezzo alla lavanda della Provenza.

Un’immagine evocativa, luminosa, quasi terapeutica.
Le distese di lavanda in Provenza hanno sempre avuto su di me un fascino speciale: sanno di vento, di spazio, di libertà.

Così ho pensato: va bene, lo guardo.

E alla fine mi sono ritrovata coinvolta, partecipe, commossa.
Per un’ora e mezza ho abitato la vita di questa donna che, attraverso un’avventura inattesa in un piccolo paese della Provenza, arriva lentamente a riscoprire se stessa.

Una donna della mia età.
L’età di molte mie clienti, colleghe, amiche.
Donne con cui spesso, magari tra una consulenza, un caffè o una confidenza, tocchiamo temi simili. Ma forse mai in modo così esplicito, così nudo, così vero.

È un film dolce, poetico e crudo allo stesso tempo.

E mi ha ricordato una grande verità che, in fondo, ho sempre saputo:
nessuno può essere artefice della tua felicità. Tanto meno un uomo.

La felicità più autentica io l’ho provata solo quando mi sono sentita libera.

Libera, non sola.

Libera di essere me stessa anche dentro una relazione, dentro una famiglia, dentro una rete di affetti, amicizie, responsabilità.

Perché il punto non è fuggire da tutto.
Il punto è non fuggire da sé.

E forse è proprio qui che libertà e felicità si incontrano.

Sono due parole enormi, certo.
Due parole che spesso, quando lavoriamo sulla scala dei valori personali, compaiono tra le prime scelte delle persone.

Libertà.
Felicità.

A volte prima l’una, a volte prima l’altra.
Dipende dalla storia, dal carattere, dalla personalità, dall’attitudine alla vita.

Per alcune persone sono valori fondanti, quasi naturali.
Qualcosa che esiste già dentro, come un capitale interiore intoccabile, non negoziabile, indissolubile.

Per altre, invece, libertà e felicità non sembrano valori già acquisiti, ma mete da raggiungere.
Diventano obiettivi.
Conquiste.
Qualcosa da inseguire, da meritare, da costruire passo dopo passo.

Ed è un aspetto molto interessante da osservare.

Quanto la libertà è già dentro di te?
Quanto la felicità è qualcosa che senti come parte della tua natura?
E quanto, invece, ti sembrano sempre un po’ più avanti, sempre un po’ fuori portata?

A volte viviamo questi due concetti con una specie di inquietudine.
Come se non riuscissimo mai davvero a raggiungerli.

E quando ci sembra finalmente di averli toccati, ecco che si allontanano di nuovo.
E noi abbiamo la sensazione di dover ricominciare tutto da capo.

Forse succede perché li carichiamo di un significato enorme.
Non troppo importante, perché libertà e felicità sono importanti.
Non troppo profondo, perché sono profondi.

Ma forse li trasformiamo in qualcosa di così assoluto, così idealizzato, così definitivo, da non riuscire più a riconoscerli quando arrivano in forme semplici.

Un respiro più leggero.
Una mattina senza fretta.
Una risata vera.
Una scelta fatta senza paura.
Un abito indossato perché ci rappresenta.
Una porta chiusa senza senso di colpa.
Un momento in cui non dobbiamo dimostrare niente a nessuno.

Forse, a volte, la libertà e la felicità non sono grandi traguardi da conquistare una volta per tutte.
Forse sono spazi.
Istanti.
Permessi interiori.

Forse non dobbiamo sempre raggiungerle.
Dobbiamo imparare ad accorgerci quando ci sono.

Quando chi ti circonda mina lentamente la tua autenticità, la tua spontaneità, la tua leggerezza, allora qualcosa dentro inizia a spegnersi.
Non succede all’improvviso.
Succede piano. In modo sottile. Quasi impercettibile.

Un giorno smetti di dire quello che pensi.
Un giorno smetti di vestirti come ti piace.
Un giorno smetti di ridere forte.
Un giorno smetti di ballare.
Un giorno smetti semplicemente di riconoscerti.

E quel cambiamento silenzioso lascia dentro un dolore di fondo.
Un dolore che porti con te finché non trovi il coraggio di riprendere il controllo di te stessa.

L’ho vissuto sulla mia pelle.
L’ho ascoltato dalle donne.
L’ho rivisto in questo film.

Spesso non siamo libere nostro malgrado.
Non perché non lo desideriamo, ma perché le circostanze ci imprigionano. Doveri, responsabilità, ruoli, aspettative, affetti preziosi che però, a volte, ci fanno sentire sott’acqua.

La frase che sento ripetere più spesso è:
“Mi sento soffocare”

Come se ci fosse un peso sul petto.
Una catena invisibile.
Una gabbia fatta di cose “giuste”, “necessarie”, “dovute”.                                                                              Ti senti quasi paralizzata, il corpo dolente,

Eppure dentro vorresti solo respirare, correre, ballare, scegliere.

Ma come si esce da questo loop?

Perché sembra quasi impossibile coniugare l’affermazione di sé con la famiglia, il lavoro, le responsabilità, la cura degli altri.

Se scegli te stessa, ti senti egoista.
Se scegli sempre gli altri, perdi te stessa.

Forse l’equilibrio perfetto non esiste.
Ma dobbiamo almeno provare ad avvicinarci, per non implodere facendo male a noi stesse, o esplodere facendo male agli altri.

La terza via esiste.

È creare spazi di libertà.
Piccoli, concreti, possibili.

Come una pentola a pressione che non scoppia perché ha una valvola di sfogo.

Ami ballare?
Vai con le amiche almeno una volta al mese.

Hai bisogno di silenzio?
Regalati un fine settimana da sola, in un posto bello, per camminare, dormire, leggere, meditare o semplicemente non dover rispondere a nessuno.

Ti manca una parte di te?
Riprendila in mano. Anche a piccoli passi.

Perché non sempre possiamo cambiare tutto subito.
Ma possiamo iniziare a non tradirci più.

La libertà non è assenza di legami.
È presenza piena di sé dentro i legami.

E forse anche la felicità non è uno stato permanente da raggiungere e conservare per sempre.
È la capacità di riconoscere quei momenti in cui, finalmente, torni a respirare.

Ed è forse questa la cosa più importante che questo film mi ha lasciato:
non dobbiamo aspettare che qualcuno ci salvi. Dobbiamo ricordarci chi siamo.

E trovare, ogni giorno, un modo per esprimerlo.
Con coraggio.
Con dolcezza.
Con verità.

Sempre al 100%.

Note tecniche

Il film si intitola Il caffè della pazza gioia, disponibile su Netflix.
Il titolo originale è Je m’appelle Agneta ed è tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice svedese Emma Hamberg.

La storia racconta di Agneta, una donna prossima ai cinquant’anni che, sentendosi intrappolata in una vita ormai troppo stretta, accetta un lavoro come ragazza alla pari in Provenza. Quella che sembra una fuga improvvisa diventa, in realtà, un viaggio di ritorno verso se stessa.

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