Dolly Parton: perché l’America non ha perso soltanto una cantante

Dolly incarnava una delle narrazioni più profondamente americane: la possibilità di diventare qualcuno senza smettere di essere ciò che si è.

Nasce nel Tennessee rurale, in una famiglia poverissima e numerosissima, e arriva a costruire un impero musicale, imprenditoriale e culturale. Ma la cosa straordinaria è che non cancella mai quella bambina degli Appalachi. Non neutralizza l’accento, non cerca di sembrare più sofisticata, non prende le distanze dalle proprie origini.

Anzi, le trasforma nel proprio capitale identitario.

È questo uno dei motivi per cui Dolly riesce in qualcosa di molto raro nell’America contemporanea: essere riconosciuta da mondi ideologicamente e culturalmente lontanissimi tra loro. Country America e comunità LGBTQ+, Tennessee rurale e Hollywood, cultura conservatrice e battaglie per l’inclusione potevano riconoscere qualcosa di sé nella stessa donna. Reuters, ricostruendone l’eredità, sottolinea proprio quanto la sua influenza abbia superato musica e spettacolo, arrivando alla filantropia, all’alfabetizzazione, alla sanità e a diverse battaglie sociali.

L’ American Dream, ma restituito agli altri

Qui c’è probabilmente la vera risposta alla domanda iniziale.

Dolly Parton non si è limitata a incarnare l’American Dream: ha utilizzato il proprio successo per cercare di renderlo accessibile agli altri.

Nel 1988 fonda la Dollywood Foundation e nel 1995 nasce la Imagination Library, ispirata anche dal padre, che non sapeva leggere né scrivere. Il programma invia gratuitamente libri ai bambini dalla nascita ai cinque anni, indipendentemente dal reddito familiare.

Oggi vengono spediti oltre tre milioni di libri al mese, mentre complessivamente il progetto ha superato i 300 milioni di volumi distribuiti.

E poi ci sono le donazioni alla ricerca medica, alle comunità colpite da calamità, all’infanzia e al territorio dal quale proveniva.

Quindi la domanda diventa quasi:

Come si passa dall’essere una cantante country all’essere considerata patrimonio nazionale?

La risposta potrebbe essere: quando il successo individuale diventa restituzione collettiva.

E poi c’è l’immagine. Ed è qui che Dolly diventa interessantissima per noi

Questa parte, per il tuo blog, secondo me dovrebbe essere centrale.

Perché Dolly Parton è un caso straordinario di costruzione consapevole dell’identità visiva.

Capelli enormi. Biondo platino. Unghie lunghissime. Tacchi. Strass. Paillettes. Frange. Scollature. Silhouette esasperate. Colori accesi. Make-up evidente.

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Tutto quello che per decenni una certa idea di eleganza avrebbe potuto definire “troppo”.

E Dolly fa qualcosa di rivoluzionario: non chiede il permesso di essere considerata elegante. Ridefinisce personalmente le regole attraverso le quali vuole essere guardata.

La famosa autoironia con cui descriveva il costo necessario per ottenere quell’apparenza volutamente cheap racconta perfettamente quanto fosse consapevole della costruzione del personaggio. Anche le analisi pubblicate dopo la sua morte hanno sottolineato come il suo stile fosse una forma particolarissima di camp: artificio, teatralità ed esagerazione, ma sostenuti da un’autenticità assoluta.

Ed è questa la differenza fondamentale.

Dolly non era inconsapevolmente kitsch. Dolly utilizzava consapevolmente il kitsch.

L’immagine non la dominava: era lei a dominarla.

Il paradosso Dolly: costruire un personaggio per poter essere autentica

È forse il passaggio che trovo più affascinante.

Normalmente associamo autenticità a naturalezza: poco trucco, pochi artifici, semplicità.

Dolly dimostra esattamente il contrario.

Una persona può essere completamente costruita visivamente e contemporaneamente profondamente autentica.

Perché autenticità non significa necessariamente mostrarsi senza filtri. Significa che ciò che mostriamo è coerente con ciò che siamo e con ciò che vogliamo comunicare.

Il suo storico creative director Steve Summers ha raccontato quanto ogni elemento dell’immagine fosse studiato per preservare l’integrità e la riconoscibilità di Dolly: abiti, proporzioni, tessuti, occasioni d’uso, fino ai più piccoli dettagli.

In termini contemporanei potremmo dire che Dolly Parton aveva costruito uno dei personal brand più potenti del Novecento.

Ed è qui che entra l’empowerment femminile

Perché Dolly compie un’altra operazione interessante.

Non rinuncia alla femminilità per essere presa sul serio.

E questo, soprattutto negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, non era affatto scontato.

Non cerca di vestirsi in maniera più maschile per dimostrare autorevolezza. Non attenua il seno, i capelli, il trucco o la sensualità per dimostrare intelligenza.

Fa quasi l’opposto:

«Posso presentarmi esattamente così e continuare a essere io quella che decide.»

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Dietro quell’immagine apparentemente frivola c’era infatti una donna che scriveva le proprie canzoni, controllava il proprio catalogo, negoziava i propri contratti, costruiva aziende e proteggeva la propria proprietà intellettuale.

E forse uno degli episodi simbolicamente più importanti è proprio I Will Always Love You: quando Elvis Presley volle registrarla, il suo entourage chiese una parte dei diritti editoriali. Dolly rifiutò.

Era una giovane donna proveniente dal Tennessee che diceva no a Elvis Presley perché aveva compreso il valore economico del proprio lavoro.

Questa è empowerment.

Anche 9 to 5 raccontava qualcosa di più grande

Non dimenticherei il film e la canzone 9 to 5.

Dietro un brano estremamente pop c’era il racconto delle donne nel mondo del lavoro: segretarie sottovalutate, disparità, molestie, uomini che occupavano le posizioni di potere mentre alle donne veniva richiesto di sorridere ed essere accomodanti.

Dolly riusciva a fare una cosa molto sofisticata: portare temi femminili e sociali dentro prodotti culturali accessibili a tutti, senza trasformarsi in una figura divisiva.

Non urlava empowerment.

Lo praticava.

E forse è proprio questo il motivo per cui l’America l’ha amata

Qui chiuderei tornando alle bandiere a mezz’asta.

Non sono state abbassate semplicemente per la morte dell’interprete di Jolene.

Sono state abbassate per una donna che, partendo da una casa poverissima del Tennessee, era riuscita a diventare contemporaneamente artista, autrice, imprenditrice, filantropa e simbolo culturale.

Una donna che aveva trasformato persino ciò che avrebbe potuto renderla vulnerabile — l’accento, le origini rurali, l’immagine esageratamente femminile, l’essere considerata “troppo” — nella propria forza.

Ed è qui che inserirei una frase conclusiva molto nel tuo stile:

Dolly Parton ci lascia forse una delle lezioni più interessanti sull’immagine: non sempre essere autorevoli significa assomigliare all’idea che gli altri hanno dell’autorevolezza. A volte significa avere il coraggio di costruirne una propria.

Perché Dolly non ha insegnato alle donne a vestirsi come lei.

Ha insegnato qualcosa di molto più importante: che puoi decidere tu come vuoi essere vista.

E quando immagine, identità, competenza e valori diventano perfettamente coerenti, persino una parrucca biondo platino, una cascata di strass e un paio di tacchi vertiginosi possono diventare un simbolo di leadership.

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