Quando la moda provoca è ancora lusso?

Da Vetements a Matières Fécales, passando per Vivienne Westwood, Margiela, McQueen e Rick Owens: perché alcuni designer scelgono di disturbare invece di farci sognare? E la moda deve davvero occuparsi dei problemi della società?

Durante la Paris Fashion Week appena iniziata sono andate in scena, a distanza di pochissimo tempo, due idee di moda apparentemente inconciliabili.

Da una parte Matières Fécales, il brand di Hannah Rose Dalton e Steven Raj Bhaskaran che già dal nome – letteralmente “materie fecali” – sembra voler fare tutto fuorché rassicurare. D’altra Saint Laurent di Anthony Vaccarello: oro, sensualità, abiti preziosi, una Tour Eiffel illuminata sullo sfondo e tutta quella capacità, profondamente radicata nel DNA della maison, di trasformare una sfilata in un’immagine di desiderio. Per la Primavera/Estate 2027 Vaccarello ha celebrato proprio i suoi dieci anni alla guida della maison con una passerella dominata dall’oro.

Due mondi. Due linguaggi. Quasi due ossimori.

Eppure entrambi sono moda.

Dalla spazzatura alle feci

Guardando Matières Fécales è difficile non ripensare al primo Vetements di Demna Gvasalia.

Vetements arrivò sulla scena internazionale nel 2014 mettendo in discussione buona parte dei codici sui quali si reggeva il sistema. Portava in passerella persone che non erano necessariamente modelle, sceglieva luoghi lontanissimi dalla magnificenza tradizionale delle Fashion Week e trasformava capi apparentemente ordinari in oggetti del desiderio. La celebre T-shirt gialla DHL della Primavera/Estate 2016 divenne forse il simbolo perfetto di quell’operazione: qualcosa di assolutamente comune entrava nel tempio del lusso e, proprio grazie alla moda, cambiava significato e valore.

Una provocazione, certo. Ma anche una domanda rivolta al sistema: chi decide che cosa è lusso?

Matières Fécales sembra oggi spingersi ancora oltre.

Dopo aver dedicato la collezione Autunno/Inverno 2026 al famoso “1%”, mettendo in scena una caricatura dei super-ricchi tra maschere fatte di banconote, guanti dalle mani insanguinate e riferimenti a Mr. Monopoly, il brand ha ribaltato il punto di vista con la Primavera/Estate 2027.

Questa volta il titolo è The 99 Percent.

La sfilata si è tenuta significativamente a Place de la République, luogo simbolico della manifestazione popolare parigina, e ha portato in passerella 99 modelli, tutti persone di colore. Gli stessi designer hanno spiegato di voler spostare simbolicamente il potere rappresentato nella stagione precedente verso coloro ai quali intendono dare visibilità.

La passerella, quindi, non è più soltanto il luogo nel quale presentare degli abiti.

Diventa una piazza.

Ma perché la moda dovrebbe occuparsi di tutto questo?

È forse questa la domanda più interessante.

Perché un designer dovrebbe parlare di disuguaglianza, emarginazione, razzismo, potere economico, migrazioni, identità o modelli sociali?

Non dovrebbe semplicemente creare dei bei vestiti?

La risposta, forse, è che la moda non ha mai creato soltanto vestiti.

Un abito racconta inevitabilmente il tempo nel quale nasce. Racconta chi può permetterselo e chi no, quali corpi vengono considerati desiderabili, quale ruolo attribuiamo agli uomini e alle donne, che cosa consideriamo elegante, trasgressivo, accettabile o scandaloso.

La moda è un linguaggio sociale prima ancora che commerciale.

E proprio per questo, periodicamente, arrivano designer che decidono di utilizzare quel linguaggio non per rassicurare il pubblico, ma per disturbarlo.

Prima di Demna c’erano già stati molti “disturbatori”

Negli anni Settanta Vivienne Westwood e Malcolm McLaren avevano trasformato il loro negozio londinese SEX in un laboratorio della cultura punk. Fetish, PVC, borchie, riferimenti sessuali e immagini deliberatamente provocatorie uscivano dagli ambienti clandestini per entrare nello spazio pubblico. Non era semplicemente un nuovo modo di vestire: era un modo per contestare le regole sociali attraverso il corpo.

Negli anni Ottanta e Novanta Franco Moschino fece qualcosa di ancora più paradossale: utilizzò la moda per prendere in giro la moda stessa. “Stop the Fashion System” diventò uno dei suoi slogan più famosi. Ironizzava sui loghi, sul consumismo e sull’ossessione per lo status, arrivando a scrivere su una giacca, sostanzialmente, che si trattava di una giacca costosa. Era dentro il sistema e contemporaneamente lo criticava.

Poi arrivò Martin Margiela.

Per la Primavera/Estate 1990 scelse un terreno periferico e degradato del XX arrondissement di Parigi, con i bambini del quartiere seduti accanto agli addetti ai lavori. Gli abiti mostravano orli grezzi, costruzioni incompiute, materiali recuperati. Nel pieno dell’opulenza della moda di fine anni Ottanta, Margiela mostrava ciò che normalmente la moda cercava di nascondere.

Ancora una volta la domanda era la stessa: che cosa merita di stare dentro la moda?

Quando la provocazione diventa scomoda

Con Alexander McQueen la provocazione acquistò una forza ancora diversa.

La sua collezione Highland Rape del 1995 suscitò reazioni durissime. Il titolo e la rappresentazione furono interpretati da molti come una spettacolarizzazione della violenza sulle donne. McQueen spiegò invece che il riferimento era alla violenza storica esercitata dall’Inghilterra sulla Scozia e alle Highland Clearances.

Ed è proprio qui che la provocazione diventa interessante.

Perché non è obbligatorio che funzioni.

Può essere fraintesa. Può risultare offensiva. Può superare il limite. Può generare una reazione completamente diversa da quella immaginata dal designer.

Ma forse è proprio questa la differenza tra una moda che vuole piacere e una moda che vuole porre domande.

Anche il corpo può diventare una provocazione

Nel 1997 Rei Kawakubo per Comme des Garçons presentò Body Meets Dress, Dress Meets Body.

Gli abiti erano imbottiti in punti anomali e creavano protuberanze, asimmetrie, volumi che deformavano deliberatamente la silhouette. La critica li soprannominò “lumps and bumps”.

Kawakubo stava mettendo in discussione qualcosa di profondissimo: perché il vestito dovrebbe sempre servire a rendere il corpo più conforme a un ideale di bellezza? Perché vita, seno, fianchi e addome dovrebbero rispettare proporzioni prestabilite?

La provocazione non era più soltanto politica.

Era estetica.

E se una gonna diventasse una casa?

Nel 2000 Hussein Chalayan presentò After Words, una delle performance più straordinarie della moda contemporanea.

La passerella sembrava un soggiorno. A un certo punto le modelle iniziarono a smontarlo: le fodere delle sedie diventavano vestiti, le sedie valigie e un tavolino si trasformava in una gonna.

Dietro quella sorprendente metamorfosi c’era però un tema drammatico: lo sradicamento, la fuga, la condizione di chi è costretto ad abbandonare la propria casa e può portare con sé soltanto ciò che riesce a trasportare.

Ancora una volta la moda si faceva interprete di una questione sociale.

E poi c’è Rick Owens

Rick Owens appartiene certamente a questa genealogia.

Nel 2015 fece sfilare donne che ne trasportavano fisicamente altre, legate al proprio corpo come enormi zaini umani.

L’immagine poteva apparire disturbante, persino violenta. Il messaggio dichiarato da Owens era però legato alla sorellanza, alla maternità, al nutrimento e alla capacità delle donne di sostenersi reciprocamente.

È un esempio perfetto di ciò che la provocazione può fare: prima colpisce l’occhio, poi obbliga la mente a cercare un significato.

E dall’altra parte c’è Saint Laurent

Poi, però, torniamo alla Paris Fashion Week di oggi.

E davanti a noi appare Saint Laurent.

Oro. Abiti scintillanti. Broccati. Spalle scolpite. Nero. Sensualità. La Tour Eiffel. Una costruzione spettacolare del desiderio.

Nessuna denuncia apparente.

Nessuna necessità di ricordarci la disuguaglianza sociale.

Solo il sogno.

E allora viene spontaneo chiedersi: quale delle due è la vera moda?

Forse la domanda è sbagliata.

Perché probabilmente abbiamo bisogno di entrambe.

La moda deve farci sognare o deve svegliarci?

La moda possiede una caratteristica straordinaria: può permettersi di essere contemporaneamente evasione e rappresentazione della realtà.

Può mostrarci un abito d’oro che pochissime persone al mondo potranno acquistare e farci comunque desiderare per qualche minuto di entrare in quel mondo.

Ma può anche portarci a Place de la République e ricordarci che fuori dalle boutique del lusso esiste quel famoso 99%.

Non vedo necessariamente una contraddizione.

Vedo piuttosto le due facce della stessa medaglia.

La moda che sogna ha bisogno, ogni tanto, di qualcuno che la disturbi.

E la moda che protesta ha bisogno di quel sistema del lusso contro il quale si confronta per rendere comprensibile la propria provocazione.

In fondo anche Matières Fécales, come Vetements prima di lei, utilizza gli strumenti della moda – la passerella, la celebrity, il prodotto, l’immagine, il desiderio – per contestare proprio il mondo al quale appartiene.

Ed è qui che nasce il paradosso più affascinante.

La provocazione è ancora provocazione quando diventa lusso?

Una T-shirt DHL venduta a prezzo da designer criticava il sistema oppure ne dimostrava perfettamente il funzionamento?

Un brand che parla del 99% ma entra nel circuito internazionale del lusso rimane una voce esterna al sistema o ne diventa inevitabilmente parte?

E quando la provocazione genera milioni di visualizzazioni, celebrity dressing e desiderabilità commerciale, siamo ancora davanti a una contestazione o siamo già davanti a una sofisticatissima strategia di marketing?

Non esiste probabilmente una risposta unica.

Ma esiste una discriminante importante: la provocazione fine a se stessa dura il tempo di uno scandalo. Quella capace di cambiare il nostro modo di guardare la moda lascia invece una traccia.

Westwood non ci ha lasciato soltanto lo shock del punk.

Margiela non ci ha lasciato soltanto abiti incompiuti.

Kawakubo non ci ha lasciato soltanto corpi deformati.

McQueen non ci ha lasciato soltanto passerelle disturbanti.

Hanno modificato il vocabolario della moda.

Ed è forse questo il banco di prova che attende oggi Matières Fécales.

Capire se, una volta superato lo shock del nome, resterà soltanto la provocazione oppure emergerà una visione capace di incidere davvero sul sistema.

Perché la moda può certamente essere oro, bellezza, privilegio e sogno.

Ma ogni tanto ha bisogno di qualcuno che, mentre tutti guardano la passerella, abbia il coraggio di indicare ciò che sta succedendo fuori.

Forse la moda non deve scegliere se farci sognare o farci pensare.
La sua forza sta proprio nel poter fare entrambe le cose.

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