La sposa non sogna più allo stesso modo

Da Ilary Blasi a Dove Cameron, da Dua Lipa ad Aurora Ramazzotti: gli abiti da sposa raccontano un cambiamento che riguarda molto più la società che la moda.

La chiusura della stagione dei matrimoni ci ha regalato una curiosa concentrazione di ‘celebri sì’. Nel giro di pochi mesi abbiamo osservato spose molto diverse tra loro: Ilary Blasi, Vanessa Incontrada, Dove Cameron, Dua Lipa, Aurora Ramazzotti, Francesca Michielin. E poi ci sono stati i Me Contro Te, che hanno trasformato addirittura il matrimonio in un grande spettacolo.

Guardando queste immagini, la prima tentazione potrebbe essere quella di parlare semplicemente di tendenze bridal.

Ma sarebbe riduttivo.

Perché quegli abiti, quelle cerimonie e persino il modo in cui le spose sono arrivate all’altare raccontano qualcosa che va ben oltre la moda.

Raccontano generazioni diverse e un diverso rapporto con l’idea stessa di matrimonio.

Matrimoni over 40

Il caso più evidente è quello di Ilary Blasi.

Per le nozze con Bastian Müller a Ravello ha scelto un abito custom made di Ermanno Scervino costruito dichiaratamente intorno a un immaginario romantico: corsetto con profonda punta vittoriana, pizzo, ampia gonna in duchesse di seta sostenuta da sottogonne e un lungo velo bordato dello stesso pizzo.

E romantico è stato anche tutto ciò che circondava la sposa: Ravello, Villa Cimbrone, il paesaggio, l’atmosfera.

Quasi la rappresentazione perfetta di quell’idea di matrimonio che per decenni abbiamo associato alla favola.

Il bianco, il velo, il volume della gonna, il riferimento vittoriano: tutto concorre a costruire una parentesi straordinaria nella quale, almeno per un giorno, la donna entra in una dimensione diversa dalla quotidianità.

Non semplicemente donna.

Sposa.

C’è poi Vanessa Incontrada, 47 anni, che ha scelto una strada meno scenografica ma è rimasta comunque all’interno del codice riconoscibile del wedding dress.

Per sposare Rossano Laurini dopo quasi vent’anni di relazione ha indossato un abito Antonio Riva dalle linee più pulite ed essenziali. Lei stessa aveva parlato del desiderio di un matrimonio semplice e riservato.

Non siamo quindi davanti alla principessa teatrale di Ilary Blasi.

Ma siamo comunque davanti a una donna che sceglie di vestirsi da sposa.

E questa distinzione è importante.

Poi arrivano le trentenni. E il linguaggio cambia

Dove Cameron ha trent’anni.

Per sposare Damiano David ha scelto, per il rito civile, non il tradizionale abito da sposa, ma un completo bianco Giorgio Armani realizzato su misura.

Pantaloni, camicia, cravatta: un’immagine sartoriale, essenziale, quasi androgina.

Ma c’è un particolare ancora più interessante dell’abito.

Dove e Damiano sono arrivati insieme alla cerimonia.

Ed è qui che il vestito smette di essere soltanto vestito e diventa linguaggio.

Non c’è la rappresentazione tradizionale della donna accompagnata dal padre verso l’uomo che l’attende.

La coppia arriva già come coppia. Si sono già scelti.

Anche Dua Lipa, trent’anni, per il rito civile con Callum Turner ha scelto di allontanarsi dal tradizionale abito da sposa.

Per la cerimonia londinese ha indossato un completo couture Schiaparelli disegnato da Daniel Roseberry: blazer sartoriale color avorio, vita segnata, bottoni gioiello dorati e gonna asimmetrica, completati da guanti e grande cappello.

Il riferimento dichiarato era un’altra sposa che aveva rivoluzionato il codice bridal: Bianca Jagger, che nel 1971 sposò Mick Jagger con il celebre completo bianco.

Ed è un riferimento interessante, perché ci ricorda che rompere le regole dell’abito da sposa non è affatto un’invenzione della Gen Z.

E c’è un ulteriore elemento significativo: durante i successivi festeggiamenti ha cambiato registro, arrivando anche all’abito da sposa Chanel Haute Couture.

Unconventional e principessa, quindi. Non rinuncia alla teatralità in linea con il suo personaggio, ma esprime la naturalezza con cui oggi una sposa può scegliere di non assomigliare alla rappresentazione tradizionale della spos

Ancora diversa è Aurora Ramazzotti.

Per il momento della firma civile con Goffredo Cerza ha scelto un look volutamente informale: bianco, certamente, ma interpretato attraverso una gonna asimmetrica, un’estetica quasi bohémien, cuffietta in rete e persino infradito.

Un’immagine libera, con suggestioni hippie e anni Settanta, nella quale il codice bridal viene citato senza diventarne prigionieri.

Il messaggio sembra quasi essere:

“Mi sto sposando, ma non devo necessariamente travestirmi da sposa per dimostrarlo.”

Ed è una differenza enorme.

Ancora più interessante dal punto di vista sociologico è il matrimonio di Francesca Michielin e Davide Spigarolo.

L’abito mantiene una componente romantica e rétro, ma è l’intera costruzione del matrimonio a mettere in discussione il copione tradizionale.

Francesca e Davide entrano insieme in chiesa, mano nella mano.

Ed eccoci nuovamente davanti a quell’immagine così potente.

Non c’è il padre che accompagna la figlia verso l’uomo che la attende all’altare.

La coppia arriva insieme. Perché, simbolicamente, il percorso insieme è già cominciato.

E poi arrivano i Me Contro Te e rimettono in scena la favola

Se a questo punto pensassimo che le nuove generazioni abbiano definitivamente rinunciato alla favola, arrivano Sofì e Luì, i Me Contro Te, a smentirci.

Il loro matrimonio prende infatti la direzione opposta.

Non riduce la spettacolarità. La moltiplica.

I due trasformano le proprie nozze in un vero Wedding Show all’Unipol Dome di Milano, davanti a migliaia di spettatori.

C’è il matrimonio vero, ma ci sono anche il palco, la musica, le coreografie, i ballerini, i cambi d’abito e un’estetica che sembra uscita da un film Disney.

Ma attenzione: anche questo è estremamente contemporaneo.

Perché Sofì e Luì non stanno semplicemente riproducendo la favola matrimoniale delle generazioni precedenti.

Stanno mettendo in scena la loro favola.

Il matrimonio diventa perfettamente coerente con l’universo narrativo attraverso il quale hanno costruito la loro identità: cinema, musica, personaggi, colori, spettacolo e storytelling.

Ed ecco allora il punto.

Dove Cameron, Dua Lipa, Aurora Ramazzotti, Francesca Michielin e i Me Contro Te sembrano lontanissimi tra loro.

Eppure stanno facendo, in fondo, la stessa cosa: stanno personalizzando il rito.

E se fosse soprattutto una questione generazionale?

Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare pochi matrimoni celebri in una legge sociologica.

Esistono ventenni che sognano metri di tulle ed esistono cinquantenni che si sposano in pantaloni.

Eppure una differenza culturale tra generazioni esiste.

Le donne cresciute negli anni Settanta, Ottanta e Novanta hanno conosciuto un immaginario nel quale il matrimonio rappresentava ancora uno dei grandi riti di passaggio della vita femminile.

E l’abito da sposa ne era il simbolo assoluto. Era l’abito che si indossava una volta sola. L’abito capace di trasformare una donna, almeno simbolicamente, nella protagonista di una favola.

“Quel giorno sarò una principessa.”

Oggi la narrazione è molto più frammentata.

Una ragazza può convivere per anni, costruire una casa, condividere viaggi, progetti, finanze, quotidianità e magari avere già dei figli prima di arrivare al matrimonio.

Anche i dati raccontano questa trasformazione: in Italia l’età del primo matrimonio continua a spostarsi in avanti e la diffusione delle convivenze prematrimoniali ha contribuito a modificare profondamente il significato sociale delle nozze.

Il matrimonio, sempre più spesso, non inaugura la vita di coppia.

Arriva quando quella vita esiste già.

Ed ecco che cambia anche il significato simbolico dell’abito.

Dal “giorno più bello della mia vita” a “un giorno importante della nostra vita”

Forse è proprio questo il passaggio culturale più interessante.

Per molte donne delle generazioni precedenti il matrimonio è stato raccontato come “il giorno più bello della vita”.

Un giorno eccezionale, irripetibile, quasi sospeso dalla realtà.

Per una parte delle generazioni più giovani può diventare invece un giorno importantissimo dentro una storia già cominciata.

La differenza sembra minima.

In realtà è enorme.

Nel primo caso il matrimonio rappresenta una trasformazione.

Nel secondo una conferma.

Nel primo può esserci il desiderio di un abito capace di sottolineare l’eccezionalità del momento.

Nel secondo può essere altrettanto significativo presentarsi esattamente come ci si sente.

Anche con un tailleur.

Anche con le infradito.

O, perché no, davanti a migliaia di persone in uno show degno di Disney.

E il galateo delle seconde nozze?

Qui nasce un piccolo paradosso.

Il galateo tradizionale ha a lungo suggerito per le seconde nozze un tono più misurato: cerimonie meno solenni, abiti più sobri, meno enfasi sui simboli tradizionalmente associati alla prima sposa.

Eppure il galateo contemporaneo è diventato molto meno rigido.

Oggi non esiste più un vero divieto rispetto al bianco o all’abito importante per chi si sposa una seconda volta.

E forse è giusto così.

Perché una donna dovrebbe rinunciare al grande abito semplicemente perché ha già pronunciato un sì?

Il punto interessante, quindi, non è stabilire che cosa sia consentito.

È capire perché desideriamo ciò che desideriamo.

Ed è qui che l’età e l’appartenenza generazionale possono diventare interessanti.

Una donna vicina ai cinquant’anni può scegliere consapevolmente di recuperare proprio quell’immaginario romantico con il quale è cresciuta.

Nonostante le seconde nozze.

Forse, in alcuni casi, proprio grazie alle seconde nozze.

Perché questa volta il matrimonio può diventare anche l’occasione per concedersi quella favola esattamente come la si desidera oggi.

Dalla tradizione all’identità

Forse allora la vera trasformazione non riguarda l’abito.

Riguarda il rapporto con il copione.

Per molto tempo il matrimonio ne ha avuto uno molto preciso.

Naturalmente ciascuna coppia poteva personalizzarne alcuni elementi, ma la struttura rimaneva riconoscibile.

Oggi sembra accadere qualcosa di diverso.

Prima viene l’identità della persona e della coppia. Poi viene il matrimonio.

Perché forse il punto è proprio questo: la nuova tendenza potrebbe essere l’assenza di una tendenza.

Non esiste più necessariamente un unico modello al quale conformarsi.

Esiste un’identità da raccontare.

La sposa non ha smesso di sognare. È cambiato il sogno.

E allora forse non dobbiamo concludere che le cinquantenni siano romantiche e le trentenni pragmatiche.

Sarebbe troppo semplice.

Le nuove generazioni non sembrano avere affatto rinunciato alla favola.

Hanno piuttosto rivendicato il diritto di riscriverla.

Per una generazione la domanda era:

“Come ho sempre sognato di essere da sposa?”

Per quella successiva sembra diventare:

“Come posso essere completamente me stessa anche da sposa?”

E tra queste due domande passa molto più di una tendenza moda.

Passa un cambiamento culturale.

Perché forse la sposa contemporanea non ha affatto smesso di credere nelle favole.

Ha semplicemente smesso di pensare che la favola debba essere uguale per tutte.

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