Tanto nero, slip dress, balze e volumi non sempre posizionati nei punti giusti.
I look femminili più riusciti sono, paradossalmente, presti in prestito dal guardaroba maschile!
Ogni anno il red carpet della Mostra del Cinema di Venezia è anche una straordinaria passerella internazionale. Abiti Haute Couture, creazioni custom made, gioielli importanti, stylist, make-up artist, hair stylist: apparentemente esistono tutte le condizioni perché ogni apparizione sia impeccabile.
Eppure, osservando il red carpet di Venezia 2026, la sensazione che ho avuto è stata diversa.
Non che siano mancati gli abiti belli. Anzi.
Sono mancati, in diversi casi, gli abiti giusti per le donne che li indossavano.
Ed è una differenza enorme.
Non voglio quindi fare le classiche “pagelle” del red carpet, dividendo le protagoniste tra promosse e bocciate. Quello che mi interessa è osservare questi look con l’occhio della consulente d’immagine e pormi una domanda: quanto l’abito sta realmente valorizzando la persona che lo indossa?
Perché un grande abito non produce necessariamente una grande immagine.
Tanto nero. Ma il nero non risolve tutto
Il nero è stato ancora una volta uno dei grandi protagonisti del red carpet veneziano.
Elegante, rassicurante, fotografico, apparentemente infallibile.
Ma proprio qui nasce uno dei primi equivoci: il nero non rende automaticamente elegante un look e, soprattutto, non rende automaticamente armoniosa una silhouette.
Quando lavoriamo sull’immagine di una persona non possiamo fermarci al colore, al brand o alla bellezza dell’abito preso singolarmente.
Dobbiamo osservare il rapporto fra quell’abito e il corpo che lo ospita.
E a Venezia, in diversi casi, ho avuto la sensazione di vedere vestiti quasi “presi in prestito”.
Non necessariamente perché fossero materialmente della taglia sbagliata, ma perché sembravano pensati per un’altra fisicità.
Volumi posizionati nel punto meno favorevole, lunghezze che alterano le proporzioni, tessuti che aderiscono dove sarebbe stato preferibile creare struttura e dettagli che aggiungono volume proprio là dove la silhouette ne possiede già naturalmente.
Il risultato è che, talvolta, vediamo prima l’abito e soltanto dopo la donna.
E dovrebbe accadere esattamente il contrario.
Lo slip dress: una tendenza non è necessariamente adatta a tutte
Un’altra presenza importante di questa edizione è stata quella dell’abito sottoveste.
Lo slip dress è indubbiamente tornato protagonista della moda contemporanea. Ha qualcosa di minimale, sensuale, apparentemente effortless e porta con sé quell’estetica anni Novanta che continua ad avere una fortissima influenza.
Ma una tendenza, per quanto bella e attuale, non diventa automaticamente valorizzante per qualsiasi body shape.
Ed è qui che, a mio parere, alcuni look veneziani hanno mostrato i propri limiti.
Su corpi estremamente asciutti, con busti molto minuti e poco volume nella zona del décolleté, le spalline sottilissime e la costruzione quasi priva di struttura dello slip dress possono accentuare ulteriormente la verticalità e la magrezza della parte superiore.
Se contemporaneamente nella parte inferiore abbiamo maggiore volume naturale, drappeggi, tessuto o dettagli concentrati sui fianchi, la percezione visiva può diventare fortemente sbilanciata.
Il risultato è una figura che appare molto esile, quasi androgina nella parte superiore, e decisamente più importante nella parte inferiore.
E non è una questione di chili o di canoni estetici.
È una questione di proporzioni.
Il compito di un abito dovrebbe essere quello di accompagnare la silhouette, assecondarla oppure, quando necessario, riequilibrarla visivamente.
Non semplicemente seguire una tendenza.
Pilar Fogliati e Jasmine Trinca: aderente sì, ma con la scollatura giusta
Ed è proprio qui che diventano interessanti due esempi: Pilar Fogliati e Jasmine Trinca.
Entrambe dimostrano che il problema non è necessariamente l’abito aderente.
È come viene costruita la parte superiore.
Pilar Fogliati sceglie pelle scoperta, spalla e schiena nude, ma evita la sottilissima spallina dello slip dress a favore di una scollatura più strutturata, quasi a fascia.
Quella linea orizzontale crea maggiore presenza nella zona superiore e permette al décolleté di acquistare visivamente importanza.
La sensualità rimane. L’abito continua a seguire il corpo. Ma la silhouette appare maggiormente equilibrata.
Un principio analogo, ottenuto attraverso una linea completamente diversa, lo ritroviamo in Jasmine Trinca, che sceglie uno scollo all’americana.
Qui la direzione cambia: non abbiamo più l’orizzontalità della fascia, ma una costruzione che accompagna il busto verso il collo, valorizza le spalle e crea una cornice precisa alla parte superiore del corpo.
Due scollature diverse, quindi, ma uno stesso risultato: l’abito aderente non si limita a fasciare il corpo, lo disegna.
Ed è una distinzione fondamentale.
Perché aderire non significa necessariamente valorizzare.
Il problema non è avere i fianchi. È sapere dove mettere il volume
Quello che mi ha colpita osservando diversi look è proprio la distribuzione dei volumi.
Su fisicità molto asciutte abbiamo visto abiti estremamente aderenti nella parte superiore, mentre gonne, drappeggi e costruzioni più importanti concentravano l’attenzione nella zona dei fianchi e del lato B.
Ma valorizzare una body shape non significa nasconderla.
E soprattutto non significa stabilire che tutte debbano sembrare più magre.
Significa creare proporzione.
Se una donna ha naturalmente una parte inferiore più importante rispetto al busto, aggiungere ulteriore volume proprio lì mentre si lascia completamente priva di struttura la parte superiore può accentuare una sproporzione invece di armonizzarla.
Benedetta Porcaroli: quando l’abito sembra raccontare un’altra fisicità
È quello che, personalmente, ritrovo anche nel look rosa scelto da Benedetta Porcaroli.
L’abito è scenografico, contemporaneo, riconoscibile.
Ma sulla sua fisicità estremamente asciutta trovo che la distribuzione dei volumi non riesca a restituirle tutta la forza che potrebbe avere.
È uno di quei casi nei quali viene spontaneo chiedersi come sarebbe apparso lo stesso vestito su una silhouette più morbida.
Probabilmente avrebbe raccontato una storia completamente diversa.
E attenzione: non significa che Benedetta Porcaroli dovrebbe avere un corpo diverso.
Significa esattamente il contrario.
È l’abito che dovrebbe essere scelto per il corpo, non il corpo che dovrebbe adattarsi all’abito.
Balze e ruches: bellissime. Ma perché proprio lì?
C’è poi un’altra tendenza che Venezia 2026 ha messo chiaramente in evidenza: balze, volant e ruches a profusione.
Le abbiamo viste sulle gonne, sui fianchi, sulle scollature, lungo il corpo e negli strascichi.
Sono dettagli estremamente femminili, romantici e scenografici.
Ma dal punto di vista della consulenza d’immagine hanno una caratteristica fondamentale:
creano volume.
Una balza, quindi, non è semplicemente una decorazione.
È uno strumento ottico.
Possiamo utilizzarla su un busto molto minuto per creare maggiore presenza; su una spalla per riequilibrare un fianco importante; oppure su una silhouette molto lineare per suggerire visivamente maggiore movimento e rotondità.
Ed è proprio per questo che la sua posizione dovrebbe essere tutt’altro che casuale.
Esempio che, a mio parere, mostra bene il problema è Débora Nascimento.
In questo caso le balze non lavorano a favore della silhouette. Il loro posizionamento porta ulteriore attenzione e volume proprio nelle zone nelle quali non sarebbe stato necessario aggiungerne.
Ed è un peccato, perché un elemento nato per valorizzare la figura finisce per produrre l’effetto opposto (vedi abito di Rooney Mara)
Il punto quindi non è:
“Le balze stanno bene o stanno male?”
La domanda corretta è:
“Dove le mettiamo?”
Perché una ruche posizionata dieci o venti centimetri più in alto può cambiare completamente la lettura di un corpo.
Monica Guerritore, Maggie Gyllenhaal e Faye Dunaway: il corpo non ha età se valorizzato bene
C’è poi un altro aspetto del red carpet che trovo particolarmente interessante.
Tre donne appartenenti a generazioni diverse — Monica Guerritore, Maggie Gyllenhaal e Faye Dunaway — ci ricordano che eleganza, sensualità e valorizzazione del corpo non hanno una data di scadenza.
Nel caso di Monica Guerritore, trovo particolarmente riuscita la capacità dell’abito di accompagnare la sua body shape nei punti giusti.
La figura resta femminile, presente, armoniosa.
Non c’è la necessità di nascondere il corpo, ma nemmeno quella di costringerlo dentro un’estetica pensata per una fisicità o un’età completamente diversa.
Anche Maggie Gyllenhaal, nella serata del 2 settembre, offre un interessante esempio di eleganza adulta e consapevole: l’abito dialoga con la donna invece di cercare di trasformarla.
E lo stesso discorso vale, in maniera ancora più significativa, per Faye Dunaway.
Sono esempi che trovo importanti perché permettono di superare quell’espressione che personalmente considero molto limitante: “sta benissimo nonostante l’età”.
No.
Sta benissimo perché l’immagine è costruita tenendo conto anche della persona che è oggi.
L’età non è un difetto da correggere.
È una delle informazioni che compongono l’identità visiva di una persona.
Levante: quando l’abito incontra davvero la persona
Tra i look femminili riusciti inserirei sicuramente anche Levante.
Perché nel suo caso non vediamo soltanto un bell’abito.
Vediamo lei.
La sua fisicità asciutta, il volto, il carattere, quell’allure leggermente dark e sofisticata dialogano con ciò che indossa.
L’abito non cerca di trasformarla.
Amplifica qualcosa che in lei esiste già.
Ed è questo uno dei principi fondamentali dello styling riuscito.
E poi arriva lo smoking
Ed eccoci a quello che considero forse il fenomeno più interessante di questa Venezia.
Alcuni dei look femminili che trovo più convincenti sono proprio quelli nei quali le donne hanno apparentemente rinunciato al tradizionale abito “da red carpet”.
E hanno scelto lo smoking. Kasia Smutniak, Matilda de Angelis, Phoebe Waller Bridge, Barbara Ronchi.
Smoking e completi mannish reinterpretati attraverso décolleté importanti, pelle nuda, gioielli, tacchi e beauty look sofisticati.
Il risultato?
Paradossalmente, alcuni dei look più femminili dell’intero red carpet.
Perché il mannish contemporaneo non cancella la femminilità.
La mette in contrasto.
La giacca costruisce la spalla.
Il pantalone allunga la gamba.
Il rever crea verticalità.
La vita viene definita.
E poi basta togliere una camicia, lasciare intravedere il décolleté, aggiungere un gioiello importante perché il rigore maschile diventi immediatamente sexy, glamour, sofisticato.
Qui escludo Georgina Rodriguez invece perchè a lei si che sarebbe stato meglio uno slip dress e non un tailleur!
Che cosa non funziona più nell’abito femminile?
È forse questa la domanda più interessante che mi lascia Venezia 2026.
Negli ultimi anni l’abito da red carpet deve essere contemporaneamente sexy, sorprendente, riconoscibile, instagrammabile, fotografabile e possibilmente virale.
Deve raccontare la maison.
Deve generare immagini.
Deve produrre conversazione.
E forse, qualche volta, in mezzo a tutte queste esigenze ci siamo dimenticati della più importante:
deve valorizzare la donna che lo indossa.
Lo smoking parte invece dalla struttura: spalle, vita, verticalità, proporzione.
E lascia che sia la donna a riempire il resto dello spazio.
E i miei due abiti preferiti? Due idee opposte di red carpet
Eppure, dopo aver parlato tanto di smoking e mannish, i miei due look preferiti di questa Venezia sono due abiti da sera.
E non potrebbero essere più diversi.
Il primo è quello di Mariacarla Boscono in Chanel.
Lo trovo interessante proprio perché rappresenta l’unconventional allo stato puro.
Il pattern rompe completamente con l’idea tradizionale dell’abito da sera e introduce un elemento inatteso, quasi destabilizzante. Eppure la costruzione mantiene quella presenza, quella lunghezza e quella teatralità che appartengono pienamente al linguaggio del red carpet.
È anticonvenzionale senza diventare travestimento.
Fashion senza fagocitare chi lo indossa.
E soprattutto è perfettamente credibile su Mariacarla Boscono, perché dialoga con una personalità e un’immagine che hanno sempre avuto qualcosa di non convenzionale.
All’estremo opposto metterei Vialina Lemann.
Qui non abbiamo bisogno di decostruire nulla.
È il grande abito da red carpet nella sua accezione più classica.
Bello, elegante, sofisticato, scenografico.
È esattamente ciò che immaginiamo quando pensiamo alla magia di Venezia: una donna che arriva sul tappeto rosso e l’abito crea immediatamente presenza.
Due soluzioni opposte, quindi.
Una rompe il codice.
L’altra lo interpreta alla perfezione.
E funzionano entrambe.
Perché il punto non è essere classiche o anticonvenzionali.
Il punto è essere credibili.
La tendenza dovrebbe essere uno strumento, non una gabbia
Slip dress, balze, ruches, trasparenze, volumi, nero, smoking.
Non c’è nulla di sbagliato in nessuna di queste tendenze.
Il problema nasce quando la tendenza viene prima della persona.
Perché non esiste un abito universalmente valorizzante.
Esiste l’abito giusto per quella body shape, quella personalità, quel volto, quella presenza e quel momento.
Ed è forse questo che avrei voluto vedere maggiormente sul red carpet veneziano di quest’anno: non necessariamente abiti più belli, ma scelte più personali e più consapevoli.
Il vero lusso? Indossare qualcosa che sembri appartenerti
Venezia 2026 mi lascia quindi una riflessione che va molto oltre Venezia.
Possiamo avere a disposizione l’abito più costoso del mondo, l’ultima collezione di una grande maison, un pezzo Haute Couture o una creazione d’archivio introvabile.
Ma un grande abito non garantisce una grande immagine.
La taglia deve essere corretta.
La proporzione deve dialogare con il corpo.
Il volume deve essere posizionato consapevolmente.
Il colore deve sostenere il volto.
La scollatura deve parlare con il décolleté.
Il tessuto deve accompagnare la silhouette.
E soprattutto lo stile deve avere qualcosa a che fare con la persona che lo indossa.
Perché quando guardiamo una donna e pensiamo immediatamente:
“Che vestito meraviglioso.”
forse ha vinto la moda.
Quando invece la guardiamo e pensiamo:
“Quanto sta bene lei.”
ha vinto lo stile.
E sul red carpet di Venezia 2026 avrei voluto vedere vincere lo stile personale piuttosto che la logica delle tendenze e del business dei brand che fanno a gara per vestire i personaggi imponendo la loro identità e non curandosi della personalità della persona,

