Fendi, Balenciaga, Schiaparelli e Jean Paul Gaultier tra desiderio, corpo, realtà e visione
Parigi rimane la capitale incontrastata dell’alta moda. È qui che l’abito smette di essere soltanto un prodotto da indossare e torna a essere progetto, ricerca, artigianato, racconto e, in alcuni casi, vera e propria opera d’arte.
La settimana dell’Haute Couture Autunno-Inverno 2026-2027 è stata particolarmente interessante perché si è svolta in una fase di forte trasformazione per il sistema della moda. Diverse maison stanno ridefinendo la propria identità attraverso nuovi direttori creativi, mentre altre, come Schiaparelli, proseguono un percorso ormai riconoscibile e consolidato.
Per comprendere quale idea di donna ci restituisca oggi l’alta moda, ho scelto di mettere a confronto quattro collezioni: Fendi di Maria Grazia Chiuri, Balenciaga di Pierpaolo Piccioli, Schiaparelli di Daniel Roseberry e Jean Paul Gaultier di Duran Lantink.
Una precisazione è necessaria: la prima collezione couture di Maria Grazia Chiuri per Fendi non è stata presentata a Parigi, ma a Roma, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, subito a ridosso della settimana parigina. È però inevitabile inserirla nello stesso discorso, perché rappresenta uno dei debutti più significativi di questa stagione couture.
Quattro maison e quattro visioni molto diverse, attraverso le quali provare a rispondere ad alcune domande: chi è la donna contemporanea secondo la moda del 2026? Può davvero indossare gli abiti che vede in passerella? La couture interpreta il presente, immagina il futuro oppure vive ormai in un universo separato dalla realtà? E, soprattutto, che cosa può imparare una consulente d’immagine osservando queste collezioni?
Fendi: la donna libera che non vuole essere imprigionata dall’abito
Con Maria Grazia Chiuri, Fendi sembra scegliere una strada precisa: la couture non deve necessariamente costringere, comprimere o modificare il corpo femminile per dimostrare il proprio valore.
La designer costruisce una collezione fondata sulla fluidità, sul movimento e su silhouette che accompagnano il corpo anziché disciplinarlo. Il bianco e il nero, le geometrie, il dialogo fra gli atelier della maison e il riferimento alla Secessione viennese creano un’immagine sofisticata ma non aggressiva. Il tema centrale è il desiderio: non quello costruito per soddisfare lo sguardo altrui, ma quello che nasce dalla libertà della persona che indossa l’abito.
La donna Fendi di Maria Grazia Chiuri è una donna che non sente più il bisogno di dimostrare continuamente la propria forza. Non cerca un’armatura, perché la sua autorevolezza non dipende dalla rigidità della silhouette.
È indipendente, consapevole e sensuale, ma la sua sensualità non è esibita come una performance. È una donna che vuole abitare l’abito, non essere abitata o trasformata da esso.
In questo senso, Fendi ci propone probabilmente la figura femminile più vicina alla realtà quotidiana. Naturalmente i materiali, le lavorazioni e il livello artigianale rimangono quelli dell’alta moda, ma molte idee possono essere facilmente tradotte nel guardaroba reale: linee fluide, capi avvolgenti, sovrapposizioni leggere, contrasti fra bianco e nero, superfici preziose inserite in forme apparentemente semplici.
Non dobbiamo necessariamente possedere un abito Fendi couture per coglierne il messaggio. Possiamo tradurlo scegliendo capi che seguano il corpo senza limitarlo, tessuti che si muovano, pantaloni ampi, tuniche, abiti colonna morbidi e cappotti privi di strutture eccessivamente rigide.
È una couture che resta straordinaria nella realizzazione, ma che non considera la vita reale un limite alla creatività.
Balenciaga: la donna monumentale, romantica e visibile
Il debutto di Pierpaolo Piccioli nell’Haute Couture di Balenciaga era probabilmente uno dei momenti più attesi della stagione.
Piccioli si è confrontato con un’eredità immensa: quella di Cristóbal Balenciaga, maestro assoluto della costruzione e del volume. Ha scelto di farlo senza rinunciare alla propria identità, portando nella maison il colore, il romanticismo, la leggerezza e quella particolare capacità di trasformare la persona in una presenza quasi monumentale.
La collezione ha ripreso le silhouette architettoniche della maison, con abiti che si allontanano dal corpo, volumi importanti, piume, trasparenze, pantaloni ampi e colori vibranti. La tecnologia, compresa la scansione tridimensionale del corpo utilizzata per alcune costruzioni, è stata messa al servizio dell’artigianato senza diventare visibile o predominante.
La donna di Piccioli per Balenciaga non vuole passare inosservata. Occupa spazio, fisicamente e simbolicamente.
Non è una donna che si adatta all’ambiente. È l’ambiente che deve riconoscere la sua presenza.
Eppure la sua forza non è aggressiva. È una figura solenne e romantica, quasi regale, che può indossare un volume spettacolare senza perdere leggerezza. Piccioli porta all’interno dell’architettura di Balenciaga la propria idea di umanesimo: al centro non c’è soltanto l’abito, ma la persona che gli dà vita.
È una moda quotidiana? Solo in parte.
Gli abiti più scenografici, costruiti con migliaia di petali di gazar, piume o volumi estremi, appartengono evidentemente alla dimensione del sogno, della cerimonia e del red carpet. Ma sarebbe superficiale considerarli del tutto estranei alla vita reale.
La passerella non ci chiede di replicare letteralmente quelle proporzioni. Ci invita, piuttosto, a recuperare il diritto di essere visibili.
La traduzione quotidiana può passare attraverso una manica più ampia, una spalla arrotondata, un cappotto scultoreo, un pantalone voluminoso, un colore pieno o un unico elemento capace di modificare la postura e la presenza della persona.
La lezione di Balenciaga è che il volume non serve soltanto a costruire una forma: serve a costruire una posizione nello spazio.
Schiaparelli: la donna mutante tra corpo reale e corpo artificiale
Daniel Roseberry continua il proprio dialogo con l’eredità surrealista di Elsa Schiaparelli, ma nella collezione intitolata The Call of the Void il surrealismo assume una sfumatura particolarmente contemporanea.
Il corpo viene modellato, alterato, moltiplicato e trasformato. Latex, silicone, corazze anatomiche, superfici artificiali, elementi acquatici e lavorazioni di estrema complessità rendono difficile distinguere ciò che è naturale da ciò che è costruito.
Non è soltanto una ricerca formale. Roseberry sembra interrogarsi su che cosa significhi oggi avere un corpo, in un’epoca dominata da immagini digitali, intelligenza artificiale, filtri, chirurgia estetica e rappresentazioni sempre più distanti dall’esperienza fisica reale.
La donna Schiaparelli non vuole essere rassicurante. È una creatura, una metamorfosi, un’apparizione.
Il suo corpo non viene semplicemente valorizzato: viene reinventato. Può diventare animale, macchina, scultura o immagine artificiale. È una donna che usa l’abito per attraversare identità differenti e che considera l’eccesso un linguaggio, non un errore.
Fra le quattro collezioni, questa è certamente una delle meno trasferibili in maniera letterale nella vita quotidiana. Gran parte dei look nasce per stupire, essere fotografata, diventare immagine e restare impressa nella memoria.
Eppure, anche qui, la consulente d’immagine non deve fermarsi alla superficie.
La quotidianità può assorbire da Schiaparelli l’uso dell’accessorio scultoreo, del dettaglio surreale, del gioiello anatomico, della superficie materica e del contrasto fra un capo classico e un elemento inatteso. Può tradurre la teatralità non attraverso un total look, ma con una spilla importante, una cintura gioiello, un bottone fuori scala, una borsa-oggetto o una forma volutamente irregolare.
Schiaparelli insegna che l’abito può essere utilizzato per raccontare una parte non immediatamente visibile della personalità: l’ironia, l’inquietudine, il desiderio di sorprendere o il bisogno di sottrarsi alle definizioni convenzionali.
Jean Paul Gaultier: la donna che rifiuta la normalità del corpo
Con Duran Lantink, Jean Paul Gaultier entra in una fase nuova.
Lantink non si limita a riproporre nostalgicamente i codici più riconoscibili della maison. Evita di affidarsi esclusivamente al corsetto conico, alla marinière o alla memoria delle grandi provocazioni di Gaultier. Preferisce lavorare sulla trasformazione del corpo attraverso body suit, imbottiture, tailoring scultoreo, upcycling e proporzioni volutamente innaturali.
Il riferimento a Maria Antonietta e alle enormi silhouette utilizzate per dominare visivamente lo spazio incontra un immaginario molto contemporaneo, vicino alle modificazioni corporee, alle protesi, alla chirurgia estetica e agli avatar digitali.
La donna Jean Paul Gaultier di Lantink non vuole essere corretta né migliorata secondo un canone tradizionale. Vuole essere deformata, moltiplicata, ingrandita e ricostruita.
È una donna che trasforma il corpo in un atto di provocazione. Non chiede di essere considerata bella secondo parametri condivisi; chiede piuttosto che venga riconosciuta la sua libertà di costruirsi.
Si tratta, evidentemente, di una moda più concettuale che quotidiana. Alcune silhouette possono sembrare volutamente assurde e difficilmente potrebbero entrare, così come sono, nel guardaroba comune.
Ma anche in questo caso la passerella anticipa un cambiamento culturale: il superamento dell’idea che l’abbigliamento debba necessariamente rendere il corpo più armonioso, più sottile o più conforme.
La traduzione reale può essere individuata nei giochi di proporzione, nel tailoring decostruito, nelle imbottiture visibili, nell’asimmetria, nel recupero e nella trasformazione di capi esistenti. Non vedremo probabilmente per strada gli stessi corpi artificialmente deformati della passerella, ma vedremo silhouette meno naturali, più ironiche e volutamente imperfette.
Quattro donne o quattro parti della stessa donna?
Osservando insieme queste collezioni emerge un dato interessante: nessuna delle quattro maison cerca di definire la donna contemporanea attraverso un unico modello.
Fendi racconta la donna che vuole sentirsi libera nel proprio corpo.
Balenciaga racconta la donna che vuole occupare spazio.
Schiaparelli racconta la donna che vuole trasformarsi.
Jean Paul Gaultier racconta la donna che vuole mettere in discussione il concetto stesso di normalità.
Potrebbero sembrare quattro figure completamente diverse. In realtà rappresentano quattro esigenze che possono convivere nella stessa persona.
La donna del 2026 non vuole essere descritta attraverso una sola identità. Può desiderare comfort e teatralità, protezione e visibilità, naturalezza e artificio. Può scegliere un abito fluido per il giorno e una silhouette potente per un’occasione pubblica. Può non voler essere osservata in un momento e desiderare di diventare indimenticabile in quello successivo.
La vera caratteristica della donna contemporanea sembra quindi essere la molteplicità.
Couture e vita quotidiana: dobbiamo davvero poter indossare tutto?
Chiedersi se un abito di alta moda sia indossabile nella quotidianità è legittimo, ma rischia di farci giudicare la couture utilizzando parametri che non le appartengono completamente.
La sua funzione non è soltanto offrire vestiti da acquistare e indossare. La couture è anche un laboratorio nel quale vengono sperimentate forme, tecniche, materiali e idee che successivamente possono essere semplificate e trasferite nel prêt-à-porter, negli accessori, nella moda commerciale e perfino nel fast fashion.
Non arriveranno nei negozi gli abiti con migliaia di petali, le protesi in silicone o le strutture più estreme. Arriveranno, invece, le loro conseguenze.
Arriveranno volumi più ampi, drappeggi, tessuti leggeri, dettagli tridimensionali, corsetteria reinterpretata, accessori scultorei, silhouette arrotondate, imbottiture, trasparenze, materiali dall’aspetto artificiale e capi capaci di modificare la percezione del corpo.
La passerella indica una direzione, non consegna necessariamente un guardaroba già pronto.
Queste sfilate sono davvero lo specchio del nostro tempo?
In maniera diversa, tutte e quattro le collezioni parlano profondamente del presente.
Viviamo in un’epoca nella quale il corpo è diventato un campo di confronto: viene mostrato, filtrato, corretto, allenato, operato e ricostruito digitalmente. La couture Autunno-Inverno 2026 ha esplorato proprio il rapporto fra il corpo reale e quello immaginato, passando dalla liberazione dalle costrizioni alla trasformazione più estrema.
Viviamo anche in un tempo dominato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale. In risposta, l’alta moda riafferma il valore del lavoro umano, dell’atelier, della manualità e delle migliaia di ore necessarie per realizzare un singolo capo. Il ritorno alla centralità dell’artigianato è stato uno degli elementi più evidenti dell’intera settimana couture.
Infine, viviamo in una realtà spesso faticosa, instabile e conflittuale. La moda reagisce in due direzioni opposte: da una parte cerca abiti più liberi e vicini alla vita; dall’altra produce creature, sogni e visioni che consentono di evadere dalla realtà.
La couture è quindi contemporaneamente specchio, fuga e anticipazione.
Riflette le nostre ossessioni, ci permette di allontanarcene e prova a immaginare ciò che potremmo diventare.
Che cosa deve osservare una consulente d’immagine
Per una consulente d’immagine guardare una sfilata non significa limitarsi a individuare gli abiti più belli. Significa imparare a leggere il progetto che esiste dietro ogni scelta.
La prima lezione riguarda il rapporto fra personalità e forma. La fluidità di Fendi comunica libertà; i volumi di Balenciaga comunicano presenza; il surrealismo di Schiaparelli comunica trasformazione; le deformazioni di Jean Paul Gaultier comunicano rifiuto della normalità. La forma non è mai soltanto una soluzione estetica: è una dichiarazione.
La seconda lezione riguarda la traduzione. Una consulente non deve copiare un look da passerella, ma deve saperne estrarre il principio e adattarlo alla cliente. Non proporrà un abito ricoperto da migliaia di petali, ma potrà introdurre una superficie tridimensionale. Non consiglierà una protesi couture, ma potrà lavorare su spalle, fianchi e volumi per modificare la percezione della silhouette.
La terza lezione riguarda il corpo. Queste collezioni mostrano che valorizzare non significa sempre assottigliare, slanciare o correggere. Talvolta significa amplificare, occupare spazio, creare una sproporzione intenzionale o trasformare quello che viene percepito come un limite in un tratto identitario.
La quarta lezione riguarda l’ascolto. Di fronte a una cliente, la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Che cosa ti sta bene?”. Dovrebbe diventare: “Come vuoi sentirti e quale parte di te vuoi rendere visibile?”
Le tendenze da portare fuori dalla passerella
Da queste quattro collezioni possiamo individuare alcune direzioni destinate a influenzare anche la moda più accessibile:
- volumi arrotondati e silhouette che si allontanano dal corpo;
- capi fluidi e avvolgenti, meno rigidi e costrittivi;
- spalle, fianchi e busti riprogettati attraverso imbottiture e costruzioni;
- contrasti fra tailoring rigoroso e materiali leggeri;
- drappeggi, pieghe, frange e superfici tridimensionali;
- accessori scultorei e dettagli fuori scala;
- colori pieni e intensi accostati a nero, bianco e tonalità neutre;
- trasparenze utilizzate non soltanto in chiave seduttiva, ma come elemento di movimento;
- corsetteria reinterpretata e non necessariamente finalizzata a restringere il corpo;
- capi trasformabili, decostruiti o realizzati attraverso pratiche di recupero e upcycling.
Non tutte diventeranno tendenze di massa. Alcune rimarranno linguaggi di nicchia, altre saranno semplificate fino a diventare quasi irriconoscibili. Ma il messaggio complessivo appare chiaro: dopo anni dominati da minimalismo, vestibilità rassicuranti e lusso discreto, la moda torna a interrogarsi sulla presenza fisica del corpo.
La bellezza non è l’unico insegnamento
Dalle sfilate di Fendi, Balenciaga, Schiaparelli e Jean Paul Gaultier non portiamo a casa soltanto la bellezza degli abiti.
Portiamo a casa quattro modi di concepire la relazione fra identità e immagine.
Possiamo usare l’abito per sentirci libere, come suggerisce Fendi. Possiamo usarlo per prendere possesso dello spazio, come accade da Balenciaga. Possiamo trasformarlo in un mezzo per esplorare identità inattese, come propone Schiaparelli. Oppure possiamo utilizzarlo per mettere in discussione le regole del corpo e del buon gusto, come fa Jean Paul Gaultier.
La couture non ci chiede necessariamente di indossare ciò che vediamo. Ci chiede di osservarlo, comprenderlo e lasciarci interrogare.
Perché la moda più interessante non è sempre quella che offre risposte immediate. A volte è quella che ci costringe a formulare una domanda nuova: non soltanto che cosa voglio indossare, ma chi voglio essere quando entro in una stanza.
