Barbara Palvin, Victoria’s Secret e il mito della perfezione dopo il parto

Quando la bellezza diventa un obbligo e il dimagrimento una rivincita sociale. Una riflessione su maternità, identità femminile e diritto di riconoscersi nella propria immagine.

Ci risiamo.

L’ultima sfilata di Victoria’s Secret ha riportato al centro dell’attenzione uno dei temi più delicati e controversi della rappresentazione della bellezza femminile: il corpo delle donne dopo la maternità.

A far discutere è stata Barbara Palvin, tornata in passerella a poche settimane dalla nascita della sua bambina, bellissima, sorridente, apparentemente in una forma fisica impeccabile.

Una donna che ha appena partorito e che, in un tempo incredibilmente breve, torna a incarnare quell’ideale di bellezza che da sempre accompagna il mondo della moda.

Naturalmente possiamo essere felici per lei. Possiamo ammirarne la determinazione, la professionalità, la capacità di tornare al lavoro dopo un cambiamento così importante.

Ma possiamo anche porci una domanda.

Che cosa prova una donna comune davanti a quelle immagini?

E, soprattutto, che cosa ci raccontano davvero quelle immagini sulla maternità, sulla femminilità e sul rapporto che le donne hanno con il proprio corpo?

La perfezione che vediamo e la realtà che non vediamo

C’è una differenza sostanziale tra ammirare la bellezza di una donna e trasformarla, più o meno inconsapevolmente, in un parametro di riferimento.

I social media questa differenza tendono a cancellarla.

Apriamo Instagram e scorriamo immagini di donne bellissime, fisici scolpiti, pance perfettamente piatte, visi luminosi. Donne che sembrano attraversare gravidanze, maternità e cambiamenti fisici senza che nulla lasci un segno.

Il messaggio che riceviamo, anche quando nessuno lo esprime apertamente, è sempre lo stesso: si può tornare come prima. E possibilmente in fretta.

Ma davvero è così per tutte?

Al netto della forza di volontà e della determinazione individuale, esistono differenze enormi tra le possibilità di una modella internazionale e quelle di una donna che affronta la maternità nella vita quotidiana.

Non tutte dispongono delle risorse economiche per affidarsi a personal trainer, nutrizionisti, professionisti del benessere e trattamenti specialistici. Non tutte hanno qualcuno che possa occuparsi del bambino mentre dedicano tempo alla propria attività fisica. Non tutte possono permettersi di organizzare le giornate intorno al recupero della propria forma.

E non tutte, semplicemente, hanno un corpo che reagisce allo stesso modo.

La genetica, il metabolismo, l’età, le condizioni di salute, il tipo di gravidanza e di parto, il sonno, gli equilibri ormonali, la disponibilità di tempo e il supporto familiare sono tutte variabili che rendono profondamente diversa l’esperienza di ogni donna.

Non sappiamo nel dettaglio quali risorse Barbara Palvin abbia utilizzato per prepararsi alla sfilata. Ma sappiamo che dietro l’immagine pubblica di una modella esistono condizioni professionali e personali che non possono essere automaticamente paragonate a quelle della maggior parte delle donne.

Eppure, quando guardiamo quelle fotografie, tutto questo scompare.

Rimane soltanto il risultato.

Ed è proprio questa la grande distorsione dei social: ci mostrano il traguardo, ma quasi mai le condizioni che hanno permesso di raggiungerlo.

Il body positive non basta, se il confronto è inevitabile

Da anni parliamo di body positivity, inclusività, accettazione del corpo e libertà dagli stereotipi.

Sono messaggi importanti, che condivido.

Ma credo sia arrivato il momento di riconoscere anche una contraddizione.

Continuiamo a dire alle donne che devono amarsi così come sono, mentre il sistema mediatico continua a proporre modelli estetici di perfezione difficilmente raggiungibili.

È una sorta di doppio messaggio.

Da una parte: accettati, valorizza la tua unicità, non confrontarti con le altre.

Dall’altra: guarda quanto è bella questa donna, guarda com’è tornata in forma dopo il parto, guarda come ha saputo ritrovare il suo corpo in poche settimane.

E allora mi chiedo: possiamo davvero pretendere che una donna rimanga completamente impermeabile a tutto questo?

Perché possiamo ripeterci quanto vogliamo che ogni corpo è diverso, che la bellezza non è una taglia, che la maternità non deve modificare la nostra autostima.

Ma poi arriva il momento in cui ci guardiamo allo specchio.

E ciò che vediamo non sempre ci piace.

Non necessariamente perché non ci accettiamo. Semplicemente perché facciamo fatica a riconoscerci.

Ed è una sensazione molto più comune, e molto più umana, di quanto certa retorica dell’accettazione voglia ammettere.

Ashley Graham: per fortuna esiste anche un’altra bellezza

Per fortuna, però, la stessa passerella di Victoria’s Secret ci ha restituito anche un’immagine diversa.

Tra le protagoniste della sfilata c’era infatti Ashley Graham, una delle modelle più rappresentative del movimento body positive e da anni un punto di riferimento per le donne curvy.

Madre di tre figli, Ashley ha costruito una parte importante della propria carriera proprio intorno alla valorizzazione di una bellezza che non deve necessariamente corrispondere ai canoni tradizionali della moda.

Non ha nascosto le trasformazioni del suo corpo dopo le gravidanze, raccontandone anche gli aspetti meno celebrati, e ha continuato a rivendicare il diritto di sentirsi bella, sensuale e desiderabile senza dover necessariamente recuperare l’immagine che aveva prima di diventare madre.

Ed è significativo che sulla stessa passerella possano convivere Barbara Palvin e Ashley Graham.

Due donne bellissime, due fisicità differenti, due modi diversi di rappresentare la femminilità e la maternità.

È questa, forse, la strada che dovremmo percorrere: non sostituire un ideale di bellezza con un altro, ma riconoscere che possono esistere contemporaneamente molte forme di bellezza.

Perché anche la donna curvy non deve diventare un nuovo modello obbligatorio di accettazione, una sorta di eroina che non può desiderare di dimagrire senza tradire la propria battaglia.

La libertà dovrebbe essere proprio questa: poter cambiare o non cambiare, dimagrire oppure no, senza che il nostro valore venga continuamente misurato attraverso la bilancia.

Eppure, nonostante i passi avanti compiuti dal mondo della moda, sappiamo bene che questa libertà è ancora lontana dall’essere pienamente conquistata.

Adriana Lima, Vanessa Incontrada e il perverso meccanismo della rivincita estetica

La storia recente dello spettacolo e della moda è piena di episodi che dimostrano quanto sia difficile liberarsi dal giudizio sul corpo femminile.

Pensiamo ad Adriana Lima, uno degli angeli più iconici di Victoria’s Secret.

Dopo la nascita del terzo figlio, nel 2022, la modella ha raccontato apertamente quanto fosse difficile riconoscere e accettare il proprio corpo trasformato dalla gravidanza.

Nonostante una carriera straordinaria e una bellezza indiscutibile, è stata bersaglio di commenti feroci sul suo aspetto fisico. Nel 2023 arrivò persino a pubblicare una fotografia del proprio viso senza trucco per rispondere a chi criticava i cambiamenti del suo volto.

Pensiamoci un momento.

Una donna considerata per anni tra le più belle del mondo si è trovata a dover giustificare pubblicamente il fatto di avere un corpo e un viso differenti rispetto a quelli che il pubblico era abituato a vedere.

E se persino Adriana Lima ha dovuto affrontare questo genere di pressione, possiamo immaginare quanto possa essere difficile per una donna comune sottrarsi allo stesso meccanismo.

In Italia abbiamo assistito a qualcosa di simile con Vanessa Incontrada.

Per anni l’attrice e conduttrice è stata oggetto di commenti sul proprio peso, spesso con una violenza verbale ingiustificabile.

Una donna bella, talentuosa, professionalmente affermata, che si è trovata a essere raccontata dai media non soltanto per ciò che faceva, ma soprattutto per come appariva.

Nel 2020 Vanessa scelse di posare nuda per la copertina di Vanity Fair, lanciando un messaggio di accettazione e libertà dal giudizio. Una scelta coraggiosa, con cui rivendicava il diritto di essere bella anche con un corpo diverso da quello che il pubblico ricordava.

Ma è proprio osservando il racconto mediatico delle trasformazioni fisiche delle donne famose che emerge un’altra contraddizione, a mio avviso ancora più pericolosa.

Quando una donna prende peso, diventa una notizia. Quando dimagrisce, diventa una storia di riscatto.

E allora arrivano i servizi fotografici, le copertine, i titoli che celebrano la ritrovata forma fisica, la nuova silhouette, il ritorno alla bellezza di un tempo.

Il sottotesto, anche quando non viene dichiarato esplicitamente, rischia di essere sempre lo stesso: guardate, ce l’ha fatta. È tornata quella di prima.

Ma perché dovrebbe essere questa la vittoria?

Perché una donna dovrebbe dimostrare di essere nuovamente degna di ammirazione soltanto quando il suo corpo torna a corrispondere ai canoni che la società considera desiderabili?

Trovo particolarmente perverso questo meccanismo perché finisce per trasformare il dimagrimento in una sorta di riabilitazione sociale.

Come se prima ci fosse qualcosa da farsi perdonare.

Come se essere ingrassate, magari dopo una gravidanza, significasse aver perso qualcosa del proprio valore e soltanto il recupero della forma precedente potesse restituircelo.

E attenzione: non sto criticando le donne che decidono di dimagrire.

Ognuna ha il diritto di voler cambiare il proprio corpo, di prendersene cura, di perseguire una forma fisica nella quale si sente più a proprio agio.

Sto criticando il significato che la società attribuisce a quel cambiamento.

Perché c’è una differenza enorme tra dimagrire per stare meglio con se stesse e sentirsi spinte a dimagrire per tornare a essere considerate belle, desiderabili o professionalmente adeguate.

Nel mondo della moda e dello spettacolo questa pressione può diventare particolarmente intensa, perché l’aspetto fisico è spesso parte integrante delle opportunità professionali.

E sebbene non si possa affermare che ogni donna criticata per il proprio peso sia stata effettivamente esclusa dal lavoro, è innegabile che in determinati ambienti la rispondenza a precisi canoni estetici possa influenzare le possibilità di essere scelte, rappresentate o ingaggiate.

È proprio qui che il confine diventa pericoloso.

Quando il corpo di una donna diventa il parametro attraverso il quale si valutano non soltanto la sua bellezza, ma anche la sua spendibilità professionale, rischiamo di trasformare un ideale estetico in uno strumento di esclusione.

La cosa più triste è che finiamo per celebrare come una conquista ciò che, in molti casi, può essere anche il risultato di una pressione sociale enorme.

E allora forse dovremmo smettere di raccontare il dimagrimento come una rivincita su chi ci ha criticato.

Perché la vera rivincita non dovrebbe essere poter mostrare a tutti che siamo tornate magre.

Dovrebbe essere poter guardare quelle stesse persone e dire: non avevo nulla da dimostrare nemmeno prima.

Dopo la gravidanza cambia il corpo. Ma cambia anche l’identità.

Credo che uno degli aspetti più sottovalutati della maternità sia proprio la trasformazione dell’identità femminile.

Una gravidanza non modifica soltanto il peso o le proporzioni del corpo.

Può cambiare profondamente il modo in cui una donna percepisce se stessa.

La maternità può essere un’esperienza meravigliosa, desiderata, profondamente appagante. Ma questo non significa che sia sempre semplice, né che tutte le trasformazioni che comporta vengano vissute serenamente.

Per alcune donne il cambiamento è lieve, per altre molto più radicale.

Può cambiare il rapporto con la propria femminilità, con la sensualità, con il desiderio di piacere e di sentirsi desiderate.

Può cambiare il modo di vivere la relazione con il partner, il modo di stare con gli altri, la sicurezza con cui ci si presenta nel mondo.

E cambia, molto spesso, anche il rapporto con il proprio guardaroba.

Abiti che prima ci facevano sentire belle improvvisamente non funzionano più. Tagli, proporzioni e vestibilità diventano diversi. Quello che un tempo valorizzava il nostro corpo può non valorizzarlo più allo stesso modo.

Anche un gesto apparentemente banale come entrare in un negozio e provare un paio di pantaloni può trasformarsi in un’esperienza frustrante.

Non si tratta soltanto di non riuscire a indossare una determinata taglia.

Si tratta di non ritrovare più, dentro quell’abito, l’immagine che avevamo di noi stesse.

E perdere familiarità con la propria immagine significa, qualche volta, perdere temporaneamente anche una parte della propria identità.

Diventare madre aggiunge una dimensione straordinaria alla vita di una donna, ma non cancella il suo bisogno di continuare a riconoscersi come individuo, come persona, come donna.

Ed è proprio qui che nasce una difficoltà che troppo spesso liquidiamo con un semplicistico: devi imparare ad accettarti.

E il desiderio di essere ancora belle e desiderate?

C’è poi un altro argomento che affrontiamo con una certa difficoltà, forse perché rischia di apparire poco politically correct.

Il desiderio di continuare a essere belle agli occhi degli altri.

E, in particolare, agli occhi del proprio compagno.

Sarebbe ipocrita negare che l’attrazione fisica abbia un ruolo nelle relazioni sentimentali.

Non è l’unico elemento, naturalmente. Ci sono l’amore, la complicità, l’intimità, la condivisione, la profondità del legame.

Ma c’è anche l’attrazione.

E avere il desiderio di continuare a piacere alla persona che abbiamo accanto non è necessariamente espressione di superficialità o insicurezza.

È una componente legittima della nostra identità affettiva e sessuale.

Il problema nasce quando il confronto con modelli irrealistici finisce per insinuarsi anche all’interno della coppia.

Se siamo continuamente esposti a immagini di donne apparentemente perfette, è possibile che quelle immagini influenzino, anche inconsapevolmente, le aspettative che abbiamo nei confronti dei corpi reali.

Anche di quelli delle persone che amiamo.

Magari non lo diciamo. Magari non lo pensiamo nemmeno consapevolmente.

Ma può insinuarsi quella domanda: quando tornerà come prima?

Ecco, credo che sia proprio qui che dovremmo fermarci a riflettere.

Perché una donna che ha partorito non dovrebbe sentirsi sotto esame. Non dovrebbe vivere il ritorno alla propria forma fisica come una prova da superare per continuare a essere desiderabile.

E soprattutto non dovrebbe essere costretta a competere con un’immagine di perfezione che spesso non tiene conto della complessità della vita reale.

Non credo sia sbagliato desiderare una persona anche per la sua bellezza. Sarebbe ipocrita negare che la dimensione estetica faccia parte dell’attrazione.

Ma credo sia profondamente sbagliato trasformare questo desiderio in un’aspettativa che l’altro debba necessariamente soddisfare.

Perché i corpi cambiano. Tutti.

E una relazione capace di attraversare il tempo dovrebbe saper riconoscere la bellezza anche nelle trasformazioni, non soltanto nella sua conservazione.

Il ruolo della consulenza d’immagine: non tornare come prima, ma ritrovarsi

Da consulente d’immagine e style coach, considero questo tema particolarmente importante.

Perché sono convinta che la consulenza d’immagine possa offrire un contributo concreto in una fase delicata come quella successiva alla maternità.

Non per insegnare a una donna come nascondere i chili in più.

Non per suggerirle come sembrare più magra.

E nemmeno per convincerla che deve piacersi per forza, a prescindere da ciò che prova.

Ma per accompagnarla in un percorso di ricostruzione e riappropriazione della propria identità visiva.

Un percorso che comincia dall’ascolto.

Da come quella donna si sente, da come si percepisce, da quale immagine aveva di sé prima della gravidanza e da quale vorrebbe esprimere oggi.

Perché forse il suo corpo tornerà esattamente come prima.

Forse ci vorranno mesi, forse anni.

Oppure, semplicemente, non tornerà mai identico.

E anche quest’ultima possibilità deve poter essere contemplata senza essere vissuta necessariamente come una sconfitta.

Attraverso la conoscenza delle nuove proporzioni, la scelta consapevole degli abiti, dei tessuti, dei volumi, degli accessori e delle combinazioni cromatiche, una donna può riscoprire il piacere di vestirsi.

Può imparare a guardare il proprio guardaroba con occhi diversi.

Può costruire uno stile che rappresenti la persona che è diventata, senza dover rinnegare quella che era.

Può acquistare nuovi capi senza vivere ogni acquisto come un’ammissione di fallimento rispetto alla taglia precedente.

Può imparare a valorizzare il proprio corpo di oggi, anziché continuare a vestirsi esclusivamente in funzione di quello che spera di recuperare domani.

E può tornare a sperimentare, giocare, scegliere, piacersi.

Non perché abbia finalmente raggiunto un determinato peso, ma perché ha ritrovato strumenti concreti per esprimersi attraverso la propria immagine.

La consulenza d’immagine non cambia il corpo. Può però cambiare profondamente il modo in cui impariamo a dialogare con lui.

Ed è un lavoro che, quando parte dalla consapevolezza e non dalla correzione dei presunti difetti, può assumere un valore molto più profondo di quello puramente estetico.

In un periodo di transizione come il post parto, può aiutare una donna a gestire il presente senza vivere costantemente nell’attesa di un futuro in cui, forse, tornerà a indossare i vestiti di prima.

Perché anche il corpo di oggi merita di essere vestito bene.

Anche l’immagine di oggi merita attenzione.

Anche la donna che siamo diventate merita di sentirsi rappresentata dal proprio stile.

Perché il corpo cambia sempre. E dobbiamo imparare a cambiare con lui.

La maternità, in fondo, è soltanto una delle tante trasformazioni che il corpo femminile attraversa nel corso della vita.

Ci sono l’adolescenza, i cambiamenti ormonali, le variazioni di peso, la perimenopausa, la menopausa, l’invecchiamento.

Ogni fase può mettere in discussione il nostro rapporto con lo specchio.

E ogni volta siamo chiamate, in misura diversa, a rinegoziare il nostro modo di essere e di rappresentarci.

Per questo penso che il vero obiettivo non dovrebbe essere quello di conservare a tutti i costi l’immagine che avevamo a vent’anni, trenta o prima di una gravidanza.

Dovrebbe essere quello di acquisire gli strumenti per continuare a riconoscerci e a sentirci rappresentate dalla nostra immagine, anche quando cambia.

Non significa rinunciare al desiderio di migliorarsi.

Non significa smettere di prendersi cura del proprio corpo.

Significa, piuttosto, smettere di considerare ogni trasformazione come una perdita da recuperare.

E forse dovremmo iniziare a domandarci perché, quando una donna cambia fisicamente, il primo pensiero sia così spesso rivolto a come possa tornare quella di prima, anziché a come possa valorizzare ciò che è diventata.

La bellezza continua a essere una questione di opportunità

C’è infine una considerazione che vorrei fare.

Ci piace pensare di vivere in una società che ha superato certi stereotipi. Una società nella quale competenza, intelligenza, capacità e personalità contano più dell’aspetto fisico.

Vorremmo che fosse così.

E certamente abbiamo fatto passi avanti.

Ma sarebbe ingenuo negare che la bellezza continui a rappresentare, in molti contesti, una forma di vantaggio sociale.

Essere considerate attraenti può influenzare il modo in cui veniamo percepite, ascoltate, accolte e perfino valutate.

Questo non significa che una donna bella abbia necessariamente più successo, né che una donna che non corrisponde ai canoni dominanti abbia meno valore o meno opportunità.

Significa riconoscere che il nostro giudizio sugli altri non è sempre libero da condizionamenti estetici.

E che sulle donne continua a gravare una pressione particolare: essere competenti, realizzate, indipendenti, madri presenti, compagne desiderabili e, possibilmente, sempre belle.

Possibilmente senza mostrare troppa fatica.

È una richiesta enorme.

E forse il problema non è soltanto l’ideale di bellezza che ci viene proposto, ma il fatto che continuiamo a considerarlo un requisito quasi indispensabile per essere pienamente riconosciute.

Per questo ritengo che anche il racconto mediatico del dimagrimento meriti una riflessione più profonda.

Perché non possiamo continuare a chiedere alle donne di accettare il proprio corpo e poi applaudirle soprattutto quando riescono a cambiarlo.

Finché il cambiamento sarà raccontato come una rivincita, continueremo implicitamente a considerare il corpo precedente come una sconfitta.

E questo è un messaggio che non dovremmo più essere disposti ad accettare.

Non è Barbara Palvin il problema. È lo specchio che continuiamo a proporre alle donne.

Non penso che Barbara Palvin debba sentirsi in colpa per essere tornata così presto in passerella.

Non penso che debba nascondere la sua bellezza, il suo corpo o il risultato del proprio percorso.

Così come non penso che Ashley Graham debba essere celebrata soltanto perché rappresenta un modello estetico diverso.

E nemmeno che Adriana Lima o Vanessa Incontrada debbano continuare a essere raccontate attraverso le oscillazioni del loro peso.

Vorrei semplicemente che arrivassimo a considerare tutte queste donne per ciò che sono, per quello che fanno, per la loro professionalità, per il loro talento, per la loro personalità.

E che la bellezza potesse tornare a essere una componente della loro identità, non il parametro attraverso il quale giudicarne continuamente il valore.

Non credo che dovremmo smettere di celebrare le donne che raggiungono obiettivi importanti.

Ma credo che dovremmo imparare a raccontare questi risultati in modo diverso.

Senza trasformarli in modelli universali.

Senza suggerire che, se una donna ce l’ha fatta in poche settimane, allora tutte potrebbero farcela con sufficiente impegno.

E soprattutto senza dimenticare che dietro un’immagine ci sono sempre condizioni, possibilità, risorse e storie personali che non conosciamo.

Perché per ogni Barbara Palvin che torna su una passerella poche settimane dopo il parto, ci sono migliaia di donne che stanno semplicemente cercando di ritrovare un equilibrio tra il proprio corpo, la propria identità e una vita completamente cambiata.

Donne che magari non hanno dormito, che non hanno tempo per allenarsi, che non si riconoscono più nei propri vestiti, che vorrebbero sentirsi nuovamente belle senza sapere bene da dove cominciare.

E queste donne non sono meno determinate, meno capaci o meno meritevoli di ammirazione.

Stanno semplicemente vivendo un’altra realtà.

Una realtà che meriterebbe di essere rappresentata almeno quanto quella che vediamo sulle passerelle.

Forse il vero progresso non sarà raggiunto quando tutte le donne impareranno ad accettare il proprio corpo, né quando tutte le passerelle saranno finalmente inclusive.

Sarà raggiunto quando smetteremo di attribuire al corpo femminile il compito di dimostrare continuamente qualcosa.

Quando una donna potrà decidere di dimagrire senza che questo venga interpretato come una vittoria.

Quando potrà decidere di non farlo senza che questo venga interpretato come una resa.

Quando potrà diventare madre senza sentirsi obbligata a tornare identica a prima.

Quando potrà invecchiare senza dover necessariamente contrastare ogni segno del tempo.

E quando potrà vivere le trasformazioni della propria immagine senza il timore che queste modifichino il valore che gli altri le attribuiscono.

Perché la vera libertà non è dover essere belle a ogni costo. È poter decidere quanto la bellezza debba contare nella nostra vita.

E soprattutto, non dover dimostrare nulla a nessuno per sentirci legittimate a essere ciò che siamo.

Giovanna Vitacca
Image Strategist, Style Coach e Formatrice

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