Lusso ‘Made in Italy’: per molti ma non per tutti!

Nell’immaginario comune quando si parla di Made in Italy è immediato richiamo a concetti di qualità, ricerca e sperimentazione. Il tutto condito con un ingrediente che da sempre contraddistingue il nostro Paese, la creatività, il guizzo, la trovata stilistica che fa la differenza.

La creatività è un’attitudine, una predisposizione spesso innata, alla quale si affiancano la passione, la dedizione. Solo se tutti questi elementi convivono allora i valori propri del Made in Italy hanno ragione di esistere: originalità, eccellenza sono le fondamenta da cui prendono vita le meravigliose creazioni artigianali che ci rendono unici e riconoscibili in tutto il mondo.

Attualmente nel fashion è in corso un forte dibattito proprio sul ritorno all’autenticità, al recupero dell’impronta stilistica che rende identificabile un brand.

La domanda ricorrente in fatti è: le Maison italiane che oggi fanno parte di holding internazionali, e da esse sono guidate non solo nelle logiche commerciali ma anche dal punto di vista ‘del gusto’, possono ancora rappresentare l’Italianità?

Negli anni ’80 ogni marchio era riconducibile al suo fondatore e stilista e soprattutto immediatamente riconoscibile. Pensate a Versace, Ferré, Valentino e molti altri. L’uomo è l’azienda erano una cosa sola, come accade ancora adesso con Armani.

Oggi vuoi per la prematura scomparsa dei personaggi citati, vuoi per scelta di uscire di scena come ha fatto Valentino, la sensazione per molte etichette è che abbiano perso un po’ la loro natura, la loro anima. E non dipende certamente dai Fashion Designers che si sono succeduti ai padri fondatori, perché se sono stati scelti evidentemente ne hanno la dignità (vi ricordo che Yves Saint Laurent raccolse l’eredità di Dior quando morì nel 1957).

L’autenticità è annegata nelle logiche dell’attuale sistema moda, dall’avanzata del fast fashion, dalla cultura consumistica degli ultimi anni, dal fenomeno degli influencer che con le loro foto pubblicate sui social in diretta dalle sfilate hanno incrementato notevolmente il mercato della ‘copia’ che troviamo in circolazione dopo solo una settimana dalla presentazione delle nuove collezioni!

Non è un caso che proprio di recente stiamo assistendo a un forte cambiamento di rotta. Molti brand hanno chiuso le seconde linee e puntano solo sull’haute couture che presentano rigorosamente a porte chiuse negli loro Atelier a un gruppo selezionato di VIP, Clienti, Buyers. La moda sta recuperando la sua dimensione aulica e elitaria per tornare a essere unica, vibrante, sognante.

Le grandi Maison vogliono tornare a essere protagoniste assolute, driver di tendenze e soprattutto riconosciute per la loro distintiva cifra stilista; non confuse con altre realtà – siano essi brand concorrenti o fast fashion – in un processo di massificazione.

Vi cito 3 esempio che ritengo essere esemplificativi.

Il primo è proprio la Maison Valentino. L’ultima sfilata firmata da Piepaolo Piccioli ha riportato in passerella i fasti di un tempo e non è casuale che in prima fila ci fosse proprio Valentino ad applaudire.

Valentino oggi è un marchio del Gruppo Mayhoola for investments e dopo l’uscita di scena del suo ‘Imperatore’ ci sono stati anni in cui il rosso aveva perso un po’ di smalto, ma con Piccioli si rivive la magia di un tempo e se vedete la sfilata capirete cosa intendo.

Valentino FW 2019/2020

Altro esempio è Gucci, che oggi fa parte del Gruppo Kering. Grazie a Alessandro Michele, che il Times ha consacrato l’uomo italiano più influente al mondo, ha ritrovato la sua identità. Anzi per essere precisa si è evoluta nel solco della tradizione.

Alessandro Michele è un Fashion Designer che non si limita a esprimere la sua creatività ma – come accadeva negli anni ’70 quando è nata la figura dello stilista imprenditore – ha capito che governare i numeri è altrettanto importante, cosa che fa molto bene Marco Bizzarri, Presidente e CEO di Gucci.

Michele è uomo che vive il suo tempo e interpreta pienamente la moda del momento.  Che piaccia o no il suo segno, certamente lo lascia, indelebile.

La sua moda è spettacolo, come piace oggi, ma è anche specchio dei tempi in cui viviamo, ruolo che la moda ha avuto da sempre.

La sua moda rifiuta la  mediocrità e punta alla bellezza, alla grandiosità, alla qualità dei tessuti, della manifattura proprio come vuole il Made in Italy.

E arriviamo all’ultimo esempio. La collezione di Alta Moda di Dolce&Gabbana presentata tra le colonne del Tempio della Concordia di Agrigento, è un trionfo di eccellenze italiane: dai tessuti, ai ricami, agli inserti preziosi cuciti su ogni capo, ai gioielli, scarpe, borse.

La Maison ha sempre promosso il Made in Italy non solo come idea di marketing, ma proprio attingendo alla sapienza delle mani degli artigiani locali (ricordate i gioielli realizzati dagli orafi fiorentini per la collezione autunno inverno 2013-2014 ispirata dai mosaici del Duomo di Monreale).

Sapete che per tessere un filo d’oro occorre lavorarlo con piccoli uncinetti che hanno  le punte grandi meno di mezzo centimetro? Dalle mani di un piccolo gruppo di artigiane nascono i fiori, le roselline, i fregi che hanno adornato gli abiti di D&G. Per realizzare un intero abito ci vogliono  5 mesi!

Alberta Ferretti parla di ‘lusso artigianale’ che va in contrasto con la smania di apparire a tutti i costi, ma ci riporta a un concetto di eleganza che è propria del capo tailor made, cucito o realizzato su misura proprio come faceva Salvatore Ferragamo quando creava le scarpe per le dive degli anni ’50. Ognuna avevo il calco del suo piede!

Il lusso oggi non è più associato al desiderio di indossare una maglia logata, ma all’idea che quella maglia sia stata disegnata, modellata e cucita solo per me 🙂

 

 

 

 

 

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