TIM #WCAP: perchè parlare di Consulenza di Immagine alle start up

Lo scorso 9 novembre sono stata ospite di TIM #WCAP, l’hub di open innovation di TIM.

Un luogo pieno di energia dove startup e PMI possono accelerare le loro idee e progetti di business grazie al supporto della migliore tecnologia e servizi di TIM e aggiungo io, grazie anche al sostegno di professionisti capaci e umanamente ricchi come Sonia Casaro,  padrona di casa della sede di Milano di TIM #Wcap insieme a Federico Solinas.

Il motivo della mia presenza è stato presentare la campagna #iosonociòchevedi e raccontare ai rappresentanti delle start up in sala in cosa consiste il mio lavoro di Consulente di Immagine, spiegando in particolare perché la mia figura professionale oggi può essere un valido supporto non solo con riferimento all’area della comunicazione, ma anche nello sviluppo del business.

L’immagine è decisamente un asset strategico per le aziende.

E non parlo di immagine intesa come reputation, perché altrimenti non direi nulla di nuovo e sul tema si sono spesi fiumi di parole.

L’immagine di cui mi prendo cura è quella delle persone che danno vita all’azienda, il loro look, la coerenza con il ruolo professionale, con il contesto in cui lavorano, con i valori del brand che rappresentano, con la comunicazione che queste persone fanno di sé stesse non solo con il loro aspetto (la famosa prima impressione) ma anche attraverso i social network e il web in generale, la loro capacità oratoria (publick speaking) e comportamenti (galateo/dress code).

In poche righe insomma ho sintetizzato il core business della mia attività che reputo possa essere davvero utile alle giovani aziende che si affacciano al mercato e devono conquistare la loro posizione in una pluralità di realtà simili dove la vera differenza oggi non si gioca solo sul servizio migliore ma su chi lo sa proporre meglio affidandosi sì al marketing tradizionale, ma anche al marketing fatto dalle persone.

Il self marketing o personal branding sono due argomenti molto caldi in questo periodo perché sono cambiati tutti i parametri di comunicazione e si è preso coscienza dell’importanza dell’individuo come fulcro e ago della bilancia di ogni messaggio che viene trasmesso.

Sono il manager, il dipendente, il receptionist, il magazziniere i veri portatore di valore, in termini di comunicazione, verso i pubblici di riferimento esterni all’azienda. Non a caso di parla di ‘internal’.

Ecco allora che diventa fondamentale che tutte le persone che lavorano per un brand abbiano chiaro quali sono i suoi valori, la sua mission e soprattutto che siano condivisi, altrimenti non  potranno certo essere ‘ambassador’ per la loro azienda.

Questi aspetti dovrebbero essere ‘vagliati’ non solo quando le aziende sono già costituite o stanno per nascere.

Tastare il polso alle persone che stanno per entrare a far parte di un team o di una start up dovrebbe essere qualcosa da indagare già in fase di selezione. Il tutto per capire se al di là delle competenze hanno la giusta ‘attitude’ per vivere quotidianamente la filosofia dell’azienda, il suo stile, i suoi modi e toni di comunicazione.

Ho approfittato dell’invito di Sonia Casaro per intervistarla proprio su questi argomenti. Sonia, infatti, in precedenza si occupava di People Caring in Telecom e oggi ricopre  il ruolo di Community e Social Media Management in TIM #Wcap con un’attenzione particolare alle gestione delle realzioni con il mondo start up e PMI.

Sonia, si dice che l’abito fa il monaco, ma oggi quanto conta davvero l’immagine personale in ambito professionale?

Ancora oggi sì, seppur in misura ridotta di un tempo vuoi anche per la nascita di nuove figure professionali che hanno sdoganato il concetto di “vestirsi bene è unica garanzia di affidabilità, serietà, ordine”. Ciò non toglie che formiamo le nostre prime impressioni sulle persone che conosciamo dal modo in cui si presentano, come ad esempio ad un colloquio. Ci guida la comunicazione non verbale, il modo di presentarsi e quindi anche l’abbigliamento di quella persona.L’impressione tuttavia non dove essere l’unica  fonte di conoscenza verso chi ci circonda. Sta a noi quindi scardinare le resistenze psicologiche chespesso possono nascere da una prima opinione per andare al contenuto.

​L’immagine è una leva anche per l’affermazione della professionista nel suo contesto di lavoro?

Il modo in cui ci vestiamo influenza il nostro umore, ne modifica l’atteggiamento e di conseguenza la relazione con chi ci circonda. Anche l’abbigliamentodunque comunica al nostro interlocutore e al nostro ambiente di lavoro qualcosa di noi. Il vestito “parla” agli altri. E’ uno strumento di comunicazione di cui dobbiamo tener conto, insieme ad altri, quando ci inseriamo in un contesto.

Nella tua esperienza nei contesti di lavoro si privilegia la personalità dell’individuo o il rispetto delle policy in tema di dress code?

All’interno dei vari ambiti sociali, e quindi anche nei contesti lavorativi, si sono diffusi codici di abbigliamento che, pur non manifestati apertamente, hanno delineano il modo di vestire in base alla situazione, nel rispetto di quell’ambiente specifico.

A mio parere in generale credo venga privilegiata la personalità dell’individuo, anche se nello specifico dipende dai contesti e dall’attività lavorativa che prendiamo in esame. Ad esempio in aziende i cui dipendenti (come l’area vendite, l’ufficio acquisti, il settore investimenti..) hanno interazioni quotidiane con clienti e partner sicuramente è consigliabile attenersi ad un “codice” di abbigliamento condiviso. L’abbigliamento da lavoro aiuta a consolidare nella mente del consumatore l’immagine dell’azienda, inserendosi nella brand awareness.

Per non parlare di professioni che richiedono un dress code specifico per lo svolgimento della propria attività (medici, farmacisti, chef, poliziotti..).In altri contesti, come l’ambito creativo, la personalità dell’individuo riesce ad emergere con maggiore enfasi.

Ma è la stessa personalità che fa sì che nei medesimi contesti ci siano dirigenti di azienda in tenuta casuale startupper in giacca e cravatta che in certe occasioni (davanti ad un AD o ad un investitore ad esempio) adattano il loro dress code.

Come si comportano le funzioni HR o realtà come la vostra di fronte a un giovane talentuoso e promettente ma evidentemente ‘eccentrico, creativo’ (abiti eccentrici, tatuaggi, capelli colorati)?

Il talento è imprescindibile, ma bisogna sempre aver presente in quale contesto vai ad operare. Cappelli colorati e abbigliamento eccentrico in una Corporate o in una Banca poco si sposano.

​In passato hai lavorato nell’area della Diversity, puoi dirmi quanto pesa anche l’abbigliamento nella gestione di questo tema?

Penso a chi magari appartiene a un’altra cultura e quindi veste secondo le sue tradizioni (pensa al velo per le donne) oppure a chi è omosessuale.

I capi di abbigliamento, a livello sociale, ricoprono sicuramente un ruolo importante. Attraverso  i vestiti siamo in grado di comprendere il sesso, l’età e la classe sociale di un individuo (anche se per quest’ultimo aspetto è assai frequente trovare professionisti di alto livello che indossano abiti più semplici).

Ma questa comprensione a volte può portare ad atteggiamenti poco inclusivi delle diversità e quindi può capitare che anche l’abbigliamento diventi strumento di discriminazione, ma questo accade eccezionalmente e da parte di individui o contesti poco illuminati.

 

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