Sara Gambarelli: la tradizione sartoriale italiana vive sul web

Quando si parla di stilisti e designer emergenti, è molto frequente imbattersi in artigiani appassionati dalle mani  d’oro che portano avanti la tradizione sartoriale del made in italy nel modo più classico, ovvero creando i propri abiti in laboratorio e vendendoli in atelier.

Eppure, il profondo cambiamento del mondo della moda e del modo in cui questa viene comunicata portato avanti dal web e dai social network negli ultimi anni, ha rivoluzionato completamente il modo di lavorare in questo settore,  portando molti stilisti e designer, non solo quelli più famosi ed abituati alle nuove logiche di business, ma anche e soprattutto quelli emergenti, ad abbracciare un nuovo modo di realizzare e comunicare il proprio marchio e le proprie creazioni.

E’ quanto è accaduto alla giovane Sara Gambarelli che, a 31 anni, porta avanti il suo brand di creazioni made in italy fatte rigorosamente a mano, attraverso il potentissimo strumento del web, senza però dimenticare l’alta qualità dei materiali e delle lavorazioni, il fatto a mano e su misura e tutte le tradizionali tecniche di produzione che fanno del nostro made in italy un vanto in tutto il mondo.

Dalla Puglia a Prato per scoprire i segreti della moda

 La storia professionale di Sara Gambarelli inizia quando, a 19 anni, decide di lasciare la Puglia per andare a studiare Fashion design a Firenze dove si laurea nel 2006. Per circa sette anni Sara lavora come stilista presso varie aziende del settore dell’abbigliamento nel distretto di Prato,  uno dei più grandi distretti industriali italiani ed uno dei centri più importanti, a livello mondiale, per le produzioni di filati e tessuti di lana: qui si producono infatti  tessuti per l’industria dell’abbigliamento, prodotti tessili per l’arredamento, filati per l’industria della maglieria; tessuti non tessuti e tessili speciali per impieghi industriali, prodotti in maglia e capi di abbigliamento da uomo e donna, in lana cardata e pettinata, cotone, lino, seta e fibre sintetiche. Allo stesso tempo la designer continua a studiare per imparare i segreti dello stile e le tecniche sartoriali, acquisendo moltissime nozioni riguardo la produzione industriale, i tessuti, le tecniche di stampa e, ovviamente, il mondo della moda, e capendo di preferire la produzione handmade di qualità al cosiddetto pronto moda, con i suoi ritmi frenetici, le sue regole, la fretta con cui getta sul mercato una grande quantità di prodotti di bassa qualità.

Scegliere il web non vuol dire dimenticare l’artigianalità

 Quello che stupisce dunque di questa stilista è la sua capacità nell’aver mixato in modo assolutamente perfetto, la tradizione delle lavorazioni moda e l’innovazione della vendita e della promozione online. Fin da subito infatti Sara Gambarelli ha scelto di vendere le sue creazioni handmade e made in italy direttamente alle sue clienti sul web, attraverso il proprio e-commerce: questo per abbattere i costi e permettere a tutte di vestire dei capi di alta qualità fatti a mano e di personalizzare i loro acquisti. Sul suo sito si possono trovare dunque tutte le sue creazioni, in modo tale che chi desidera acquistare un suo capo possa farlo comodamente attraverso un clic, con la consapevolezza però di stare acquistando un capo unico, fatto a mano con materiali di alta qualità e seguendo le tradizioni sartoriali del made in italy.

Incuriosita da questo affascinante mix tra tradizione e innovazione, ho deciso di conoscere meglio Sara Gambarelli e farmi raccontare da lei com’è nato il suo brand.

Cosa pensa del sistema moda Italia? 

Il sistema moda in Italia è molto elitario, sia che tu voglia lavorare per qualcuno, sia che tu voglia farti conoscere come stilista indipendente. Fare moda qui è una cosa per pochi. Per farla devi avere un pedigree impeccabile: puoi avervi accesso solo se hai frequentato scuole rinomate e se appartieni ai circuiti consolidati. Lo stesso vale per la stampa: se sei un marchio o uno stilista indipendente, nessuna rivista ti dedica un articolo per i tuoi meriti, a meno che tu non abbia comprato delle pagine pubblicitarie… Non c’è vero scouting da parte dei giornalisti, e molto spesso nemmeno da parte dei buyer delle boutique, che preferiscono investire nei marchi più conosciuti piuttosto che fare ricerca.

L’Italia e quindi le firme italiane hanno ancora un peso a livello internazionale? 

L’Italia all’estero è considerata una specie di terra benedetta, in cui i suoi fortunatissimi abitanti nascono e crescono, vivono e lavorano ogni giorno tra capolavori artistici e architettonici di ineguagliabile bellezza. Gli italiani stessi nel mondo godono di grandissimo rispetto per il loro gusto estetico e il loro estro creativo. Il design italiano e la moda italiana continuano ad essere un punto di riferimento nell’immaginario dei consumatori di tutto il mondo, e indossare una borsa Prada o un abito Dolce&Gabbana é di grande tendenza. È cool, oltre ad essere considerato universalmente elegante.

La moda oggi può ancora definirsi driver di tendenze come è accaduto nel passato? 

Il mondo della moda è cambiato radicalmente negli ultimi anni, soprattutto con la rivoluzione portata dal web, dai blog, dai social e, attualmente, in particolar modo da Instagram che ha messo in crisi il vecchio sistema della carta stampata e degli stilisti: quest’ultimi che facevano proposte e i primi che se ne facevano portavoce. Le tendenze erano dettate “dall’alto”, anche se gli stilisti si sono sempre ispirati alla strada, dagli anni Settanta in poi. Ma oggi tutto questo è estremizzato: ciascuno può leggere le tendenze in tempo reale, solo scorrendo le immagini di Instagram, non si ha più bisogno di aspettare la nuova sfilata dopo 6 mesi o la rivista di moda una volta al mese. Tutto è più veloce e a portata di mano. Ciascuno può dire la sua e proporsi come trendsetter. Proprio per questo, c’è molta frammentazione delle tendenze: non più un unico stile, e nemmeno pochi macrotrend, ma un meltin pot di piccole tendenze che ciascuno può mixare a piacimento.

Si vede qualcosa di davvero originale o è tutto mix and match e richiamo al passato? 

Al di là delle firme più conosciute, ci sono a livello mondiale dei nomi molto promettenti di designer che stanno realizzando collezioni molto interessanti. Qualche esempio: la colombiana Johanna Ortiz, che coniuga modernità e tradizione del suo Paese grazie all’uso di dettagli di stile tipicamente sudamericani e ha praticamente influenzato le collezioni di Zara per tutta la primavera/estate; l’italiana Benedetta Bruzziches, che trasforma le favole in borse, dando vita a dei pezzi iconici con una forte personalità, molto riconoscibili; lo spagnolo Josep Font, attualmente a capo dello storico brand Del Pozo, a cui ha ridato nuovo splendore grazie allo studio su sapienti tagli sartoriali e incrostazioni di ricami rese possibili grazie al know how dell’azienda; e infine, il filippino Ken Samudio e i suoi incredibili gioielli che rubano le loro forme organiche alla flora e alla fauna degli abissi marini. Il nord Europa, poi, è una fucina di nuove idee: lì sperimentano molto, a partire dalle scuole, dove utilizzano molto la manualità e dove le università sono perfettamente integrate con le aziende. Forse lì accade perché, a differenza dell’Italia, l’importanza dello stile non è così pressante quanto la ricerca di nuovi materiali, la sperimentazione, il ragionamento che porta alla risoluzione di problemi, che poi è il principio che sta alla base del design.

C’è ancora spazio per la creatività o tutto è dominato da logiche di business come per i grandi brand guidati da holding internazionali? 

Credo che ci sia più spazio per la creatività proprio all’interno dei grandi brand, molto più che in un piccolo atelier artigiano o nel business di un piccolo stilista indipendente che ha come preoccupazione principale quella di vendere, o almeno teoricamente è così, perché i primi possono contare su maggiori risorse, su un team composto da personale qualificato e specializzato e possono investire in nuove tecnologie da mettere al servizio della creatività.
In pratica, poi, questo non accade o accade raramente, perché per la logica del profitto a breve termine, la sperimentazione – che richiede tempo e tentativi – è una grossa perdita di denaro, perciò raramente si sperimenta: si preferisce andare a ripescare i prodotti d’archivio meglio venduti e riproporli con piccole modifiche. I tempi della moda sono forsennati: non c’è tempo per la ricerca, per far fiorire nuove idee e poi affinarle per mezzo di prove e tentativi, bisogna continuamente buttare sul mercato prodotti nuovi che attecchiscano facilmente sul gusto dei consumatori.

C’è ancora spazio per l’haute couture o il pret a porter spadroneggerà fino a diventare l’unica possibile di scelta? 

Le tendenze del mercato dimostrano l’esatto opposto: c’è una crescente attenzione verso l’haute couture, parallelamente all’innalzamento della qualità anche nel pret à porter: si punta infatti a rifiniture migliori e i brand stanno investendo in nuove linee con capi da cerimonia e da sera, che sono molto richiesti. L’haute couture sembra essere tornato interessante per il grande pubblico dopo un periodo di offuscamento.

E l’artigianalità? 

L’artigianalità sta tornando alla ribalta, il consumatore è più sensibile a tutti quegli elementi che caratterizzano l’artigianato: la territorialità, l’unicità, la personalizzazione, il su misura, il fatto a mano, la storia e il volto dietro un prodotto, la qualità, l’eccellenza, la specializzazione.
I grandi brand sono alla ricerca di laboratori e di artigiani che producano per loro manufatti finiti o parti di prodotti. E quando possono vantare la componente artigianale nelle loro produzioni, la pubblicizzano molto. Basta guardare i tanti video prodotti dai brand haute couture del “making of” delle loro collezioni: Chanel, ad esempio, ne produce almeno due l’anno e le migliaia di visualizzazioni su YouTube dimostrano che il pubblico è molto interessato a vedere come nasce un prodotto haute couture e quanta cura e sapienza c’è dietro ogni singolo ricamo.

Cosa è il lusso oggi? 

Lusso è, etimologicamente, ciò che sta al di là dell’ordinario e in pratica è proprio questo: lusso è “essere fuori” dalle consuetudini, è potersi permettere ciò che gli altri non hanno, che non è necessariamente qualcosa di materiale. Oggi, per esempio, il maggior lusso è il tempo. Tutti corrono, corrono e vivono alla velocità della luce, mentre il lusso vero è poter avere il tempo di rilassarsi, di godere di un tramonto, di oziare, di mangiare lentamente e in compagnia del cibo genuino, magari autoprodotto, di avere ritmi più umani e naturali, di chiacchierare senza guardare l’orologio. Direi che quindi, insieme al tempo, l’altro lusso è la natura.

Come ritagliarsi un proprio spazio? 

Se si hanno le capacità e delle buone idee, se c’è personalità e se il tutto viene condito con le giuste strategie di comunicazione, è molto più facile oggi farsi trovare dai potenziali acquirenti, proprio grazie al web e ai social network.

Quale è il fattore di diversificazione e unicità per essere conosciuti e riconosciuti? 

La parola chiave è: territorialità. Quello, cioè, che una volta era chiamato “genius loci”: trarre dalla propria terra e dalla propria cultura quello che c’è di migliore, che sia un mestiere, una lavorazione tipica, un materiale, una particolarità, un tratto distintivo, ed inserirlo all’interno del proprio processo creativo.

Cosa offre di unico il suo brand? 

Sara Gambarelli Handmade in Italy è un piccolo brand di abbigliamento creato in modo del tutto artigianale e, proprio per questo, personalizzabile. La moda tende a imporre i suoi colori e i suoi modelli senza tenere in considerazione le differenze e le peculiarità di ogni donna: ogni donna ha una sua fisicità, una sua personalità e anche esigenze differenti dalle altre donne. Per questo motivo, sono convinta che sia l’abito a doversi adattare a una donna, e non la donna all’abito. Io faccio delle proposte, che poi le clienti acquistano così come sono o scelgono di personalizzare in base ai loro gusti e alle loro esigenze. In questo modo, il capo d’abbigliamento non è più una proposta unilaterale (dallo stilista al consumatore) ma una negoziazione fra l’idea e il gusto che propongo io e le esigenze della cliente. Ogni capo viene prodotto infatti solo su richiesta e ogni fase viene eseguita in modo del tutto artigianale.

Quale è il principio cui si ispira? 

Il principio alla base è lo stesso che stava alla base delle case di moda di un tempo: quando cioè lo stilista proponeva modelli che venivano poi personalizzati sulle esigenze della cliente.
Ogni mia cliente si interfaccia direttamente con me, che creo il suo abito. Solo che, a differenza di un tempo, il mio atelier ha come vetrina il web e le mie clienti sono in tutto il mondo, discutono i dettagli di ciò che acquistano direttamente con la stilista ma a migliaia di km di distanza e poi acquistano quando vogliono, direttamente da casa loro.

Quale è il suo target? 

La mia cliente tipo è una donna giovane ed economicamente indipendente, la fascia d’età è molto ampia, solitamente fra i 28 e i 48 anni, un titolo di studio elevato e ha molta familiarità col web. Ricerca capi preziosi, unici, che raccontano una storia. E’ una donna dalla mentalità aperta, che ha molti interessi e un carattere deciso. Ama i dettagli, vuole sentirsi femminile ed elegante, ma è molto pragmatica, perché è una donna che lavora e vive con i soldi che guadagna: cerca quindi un capo versatile, che acquista per le occasioni speciali ma che poi vuole indossare anche nella sua vita quotidiana.

Cosa vogliono i consumatori oggi? 

Unicità e personalizzazione. E maggiore qualità, sempre con un occhio al prezzo.

Aneddoti da raccontare? 

Un aneddoto sulla potenza del web come vetrina. Poche settimane fa ero a Prato, la città in cui vivo, a una sagra di quartiere, e sul palco si stavano esibendo le coriste di un cantante di successo degli anni ’80.  A inizio show, una di loro, vicentina, mi ha riconosciuta e al microfono ha esclamato: “Guardate chi abbiamo con noi stasera: la stilista Sara Gambarelli! Vende capi in tutto il mondo!”… Ero sbalordita e inebetita, e solo successivamente, quando con un messaggio che mi ha inviato su Facebook mi ha spigato che seguiva da tempo la mia pagina e apprezzava molto il mio lavoro, ho realizzato che non era uno scherzo, e che il web è un strumento veramente potente, e anche se non ce ne rendiamo conto quello che pubblichiamo può davvero raggiungere moltissime persone.

E per il futuro? Dove sarà il suo brand? 

Mi auguro di riuscire a “sfondare il muro” del web e ad attecchire anche nel sistema retail classico delle boutique e dei punti vendita.

Consiglio per i giovani che vogliono intraprendere la sua professione?

E’ un consiglio che ripeto come un mantra anche a me stessa: non mollare mai.

 

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