Riot Clothing Space: le donne hanno bisogno di un uomo per vivere a colori!

Ho scoperto dell’esistenza di Riot Clothing Space  per caso, in un post su Facebook.

Spinta dalla solita curiosità e soprattutto dalla mia mission di scovare brand di moda Made in Italy sono subito andata a vedere il sito dell’azienda, anzi a essere precisi della ‘bottega’ di Simone Villa.

Cosa mi ha colpito immediatamente? I colori.

E, solo dopo, leggendo la biografia di Simone ho capito che questa era una sua scelta precisa, il suo modo di comunicare.                                                         Scrive infatti ‘ero stanco di sognare in bianco e nero, ho scelto di vivere a colori!’.

L’altro elemento che emerge in modo prepotente sono le forme e i volumi dei suoi capi di abbigliamento che rispondono a un precisa ricerca stilistica.

Riot Clothing Space si trova nel quartiere storico Veronese degli artigiani e degli artisti, ma Simone si apre al mondo intero traendo ispirazione dalla cultura e dai costumi di altri paesi e subculture. Spinto da una filosofia green ama attingere a materiali diversi per dar vita a un linguaggio creativo unico.

La sua moda ha una storia da raccontare proprio come Simone.

E’ stata la nonna a indirizzarlo verso l’arte del cucito e quindi decide di diventare fashion designer frequentando l’istituto Marangoni di Milano, fortemente orientato alla sperimentazione.

Ha lavorato con Giorgio Corregiari, nelle vesti di suo assistente, ma l’esperienza che ha lasciato un segno è stato lavorare in uno studio stilistico con sedi a Verona ed Hong Kong dove ha potuto contaminare la sua visione dello “street wear” e scoprire anche un mercato fatto di piccoli laboratori di giovani designer.

Ho voluto intervistarlo per chiedergli la sua prospettiva sul mondo della moda e per conoscere meglio il suo brand.

  1. Cosa pensi del sistema moda Italia? L’Italia e quindi le firme italiane hanno ancora un peso a livello internazionale?

Più che le firme il peso lo ha il Made in Italy

Premetto che ho lavorato prima come stilista e poi, verso la fine, come uomo prodotto, per circa 10 anni; non ho mai lavorato per grandi aziende, ma solo piccole e medie realtà che, per quanto strutturate, avevano pur sempre un’impostazione da piccoli.

A volte penso che lavorare in azienda potrebbe essere un’esperienza interessante, ma poi se penso agli ultimi anni da dipendente, a quando sono rimasto senza lavoro, scopro che adesso sono davvero felice.

Il sistema moda non mi piace più. L’impostazione che siamo arrivati ad avere, dove tutto è dovuto con nulla in cambio, dove vige lo sfruttamento fine a sè stesso, le tempistiche sono sempre più pressanti ma i prodotti che alla fine si realizzano non sono degni di tanta fatica! Mi fermo altrimenti sono troppo polemico 🙂

  1. La moda oggi può ancora definirsi driver di tendenze come è accaduto nel passato?

No, ma meglio così. Questo consente ad ognuno di esprimere il proprio stile,  qui in Italia siamo ancora molto attaccati a regole stupide anche dettate da programmi trash sul ben vestire. Ormai le mode vanno e vengono nel giro di una stagione o poco più, sono poche quelle che durano un po’ di più anche perché la situazione prima era molto diversa.

Anni fa esisteva uno streetstyle: la strada lanciava le tendenze, le passarelle le portavano alla robalta, la massa le emulava e nel frattempo la strada ne aveva già create altre..

Ora la strada viene vestita dai brand, siamo pieni di blog che mostrano le foto delle strade e tutto si velocizza ed allo stesso tempo si annienta. E’ impossibile lanciare una tendenza dal momento in cui la tendenza stessa è già alla portata di tutti da qualche mese prima che la collezione XYZ esca al pubblico

  1. Si vede qualcosa di davvero originale o è tutto mix and match e richiamo al passato?

E’ assolutamente tutto un mix and match, le cose originali sono negli occhi di non le ha mai viste, ma nella realtà dei fatti sono tutte già state fatte.

  1. C’è ancora spazio per la creatività o tutto è dominato da logiche di business come per i grandi brand guidati da holding internazionali?

Lo spazio c’è, sta ad ognuno trovare il modo di farla vivere. E’ vero anche poi che i numeri mandano avanti il lavoro di tutti, inutile essere super creativi se poi non si vende niente, l’ideale è trovare un compromesso, sondare il mercato, vedere il ritorno e andare avanti.

  1. C’è ancora spazio per l’haute couture o il pret a porter spadroneggerà fino a diventare l’unica possibile di scelta?

Ci sono paesi in cui l’haute couture ha ancora un grande mercato. Io personalmente non l’ho mai amata, solo guardata per la spettacolarità delle sfilate.

  1. E l’artigianalità?

L’artigianato è il futuro, ma anche già il presente. Basti pensare al fatto che gli stranieri che vengono nel nostro paese sono sempre più attratti dai piccoli negozi artigianali e snobbano completamente le vie del centro.

Sono sempre più coloro che strutturano vacanze all’insegna dell’artigianato, del buon vino, dei luoghi storici meno turistici.. americani che vengono apposta per imparare a fare gli gnocchi, piuttosto che la pizza, a conoscere le razza autoctone ovine ed a fare acquisti nelle piccole botteghe.

Artigianato ma 2.0 o 3.0, e avanti sempre, dobbiamo essere digitali se vogliamo continuare ad esistere; quindi l’artigiano nel senso “vecchio” del termine non può più esistere, bisogna essere contemporanei, aggiornati, social per poter vivere di artigianato.

  1. La tua maison cosa offre di unico? Quale è il principio cui ti ispiri?

Definirmi una maison mi sembra esagerato 🙂 Io sono/ho una piccola bottega, un piccolo laboratorio con vendita diretta, ed uno spazio per corsi ed eventi.

La mia idea creativa nasce dal bisogno di conoscere culture ed epoche diverse, che soddisfo quotidianamente attraverso un viaggio fatto dei materiali che utilizzo, e dalla necessità di rappresentare la contemporaneità attraverso le mie illustrazioni. Strizzo un occhio ai costumi degli altri paesi ed alle subculture, e miscelo l’up-cycle di materiali in disuso, con tessuti aziendali di scarto ed altri stampati in esclusiva per me.

Il risultato di questo mix & match sono prodotti fruibili e comunicabili al mercato attuale, che al tempo stesso hanno una storia da raccontare attraverso i materiali di cui sono composti.

  1. Quale è il tuo target?

Come tutte le realtà fisiche le clienti dono molto variabili, diciamo che il target principale e di riferimento è inseribile nella fascia d’età tra i 30 ed i 50 anni, è sicuramente una persona con interessi legati all’arte ed il design, che vuole uno stile ricercato e che la renda unica.

  1. Quale è la donna di Riot Clothing Space?

Il mio ideale di donna è molto variabile, sono le mie clienti o le amiche che seguo sui social. Quando penso ad un prodotto nuovo penso a loro e mi faccio trasportare

  1. Cosa vogliono le donne oggi?

Cosa vogliano le donne non lo so, faccio fatica a volte anche a capire me stesso! Ti do una risposta un po’ provocatoria: in questa era in cui si parla sempre più di progetti per sole donne, per corsi per sole donne, le donne hanno bisogno di un uomo; il confronto fra teste diverse porta alla fine molto di più che fra teste uguali!

  1. Aneddoti da raccontare?

Uno su tutti. Una cliente russa che alloggiava in un B&B nella stessa via del mio negozio è passata per caso davanti la mia vetrina. Ovviamente quando è entrata parlavo solo russo e abbiamo comunicato a gesti. Le ho venduto dei capi e sempre a gesti mi ha promesso che sarebbe tornata dopo un mese perché voleva assolutamente altre mie creazioni. Fu di parola!

  1. E per il futuro? Dove ti vedi?

Ho tanti progetti nel mio futuro, di cui non posso anticipare nulla. Voglio continuare a collaborare con altri artigiani, illustratori ed artisti in genere, e spero di continuare a divertirmi come sto facendo ora!

  1. Consiglio per i giovani che vogliono fare la tua professione?

Studiare, studiare e studiare, non bisogna smettere mai per poter crescere; è un mestiere duro, si lavora tantissimo e bisogna essere sempre aggiornati sulle novità per continuare a crescere!

Analizzare il mercato, vedere cosa c’è già, capire se c’è una nicchia disponibile e come fare per intercettarla!

E poi tornare a studiare 🙂

Ah, Simone ama i film fantasy e gli anime giapponesi. Elettronica e punk sono la sua colonna sonora preferita. Vivrebbe di pizza e cheesecake. Ed è knit addicted!

 

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