Tre parole comunicano la tua immagine, scegli quelle giuste!

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Spesso mi sentite dire o leggete nei miei articoli le parole ‘bisogna armonizzare forma e sostanza’.

Cosa voglio dire con questa affermazione?

Così decontestualizzata infatti apre a infinite considerazioni e riflessioni.

Io restringo il campo e declino questo concetto al tema del Personal Branding e quindi alla gestione coerente della propria immagine, ovvero all’insieme di contenuti e visual (foto, video, etc).

Spesso ho sottolineato come la nostra immagine, declinata sul fronte ‘look’, debba essere allineata alla nostra personalità, allo stile personale perché possa rappresentarci davvero e esprimere la nostra vera Identità.

Come Consulente di Immagine ho evidenziato quale dovrebbe essere il percorso da intraprendere per raggiungere questo obiettivo.

MA NON BASTA L’IMMAGINE  PERFETTA, CHE IMMORTALA LA NOSTRA ESTERIORITÀ, PER DIRE AL MONDO CHI SIAMO.

La nostra immagine consente alle persone di farsi un’idea, di formulare una prima impressione (buona o cattiva che sia…) ma fondamentale è che il nostro ritratto sia in armonia con chi sosteniamo di essere.

Ed ecco perché si deve prestare molta attenzione anche ai contenuti.

Quando lavoriamo alla pubblicazione del nostro sito, scriviamo articoli per il nostro blog, pubblichiamo dei post sui nostri profili social, non dobbiamo mai dimenticarci che anche le parole e il tono che utilizziamo dicono molto di noi e non c’è niente di peggio che generare dissonanza tra testo e immagini.

Crea disorientamento, confusione, ma soprattutto delusione nell’interlocutore che immediatamente vi percepisce come poco credibili.

Nei miei workshop in azienda faccio sempre due esempi molto semplici.

Pensiamo a LinkedIn.

Immaginiamo il profilo di un Amministratore Delegato che ha un curriculum e una carriera lodevole.

Il valore di questo ‘contenuto’ può essere vanificato se l’ immagine del profilo lo ritrae vestito di tutto punto, ma nel giorno del suo matrimonio, 20 anni fa.

Viceversa, capita di vedere foto perfette di profili che si riferiscono a figure professionali meno corpose, ad esempio un addetto al call center.

Qui non ne faccio una questione di ruoli. Ogni lavoro ha la sua dignità e necessita di competenze precise.

Sto semplicemente puntando il dito sulla coerenza tra immagine e contenuto.

Altro esempio, Facebook.

Un manager di un Brand che sostiene la tutela degli animali rilascia interviste su questi argomenti che vengono pubblicate sul profilo pubblico dell’azienda.

Poi sul suo profilo privato posta un’ immagine della moglie che indossa una pelliccia di visone.

Anche in questo caso non c’è allineamento.

Sembrano esempi estremi, ma vi assicuro che sono casi reali perché il rischio di fare questi scivoloni è molto più frequente e imprevisto di quanto si immagini.

Il contenuto quindi va pesato, lavorato, generato in modo intelligente. E uso volutamente la parola intelligente perché è sinonimo di qualcosa che è innanzitutto pensato e non buttato a caso nel mare del web. Qualcuno ci leggerà sempre e questo qualcuno si farà un’idea di noi e inevitabilmente ci giudicherà.

Chissenefrega… dirà qualcuno di voi.

Vero.

Ma se con il web ci lavorate o semplicemente sul web promuovete la vostra professionalità, allora mi spiace ma non si può ignorare la questione delle parole chiave.

Il che non significa essere falsi, costruiti. Non ci deve essere un copy che scrive per noi o un suggeritore che sussurra le battute da recitare.

Si deve essere autentici, ma questa verità non deve essere l’alibi per non porre attenzione a come ci si esprime, a come ci si relaziona.

E tutto questo alla fine attiene alla buona educazione, per esempio quando si commenta sui social, alla proprietà di linguaggio, perché scrivere in modo corretto è la base, alla consistenza di quanto si pubblica, che si tratti del nostro CV su LinkedIn o al racconto di come abbiamo trascorso il nostro fine settimana.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI ED È PER QUESTO CHE QUANDO VENGONO UTILIZZATE BISOGNA FARLO CON CONSAPEVOLEZZA.

Non a caso ad esempio – entrando nel dettaglio – si parla di copy SEO. Scrivere i testi di un sito, un articolo di un blog, un post usando le corrette key words aiuta l’indicizzazione e quindi amplia la visibilità.

Ecco immaginate di dover lavorare all’indicizzazione della nostra professionalità o attività.

QUALI SONO LE PAROLE CHIAVE CHE MEGLIO CI RAPPRESENTANO?

Individuare le parole giuste può avere un grande potere sulla propria immagine.

A questo proposito esploriamo il concetto di bias di conferma.

La bias di conferma è la tendenza ad accettare prove che confermano le nostre convinzioni e rifiutano le prove che le contraddicono.

Quando si incontra qualcuno per la prima volta e gli diciamo che lavoro facciamo, inevitabilmente guarderà il nostro aspetto, il nostro comportamento e il modo in cui stiamo comunicando per vedere se corrisponde al mondo a cui diciamo di appartenere.

Se siamo coerenti avremo conquistato la sua attenzione e ci percepirà come persone credibili, viceversa sarà molto difficile far cambiare l’impressione che si è fatto di noi perché i segnali che abbiamo dato sono contraddittori.

Ogni ambito professionale ha delle parole chiave legate al settore di riferimento e nell’immaginario comune un professionista che lavora in uno specifico campo deve corrispondere a degli aggettivi che lo caratterizzano e lo identificano (non parlo volutamente di stereotipi perché è un concetto molto forte, ma per alcune professioni è proprio così!).

Se si pensa a un medico la prima parola che ci viene in mente è affidabile. Un avvocato sarà un bravo oratore, un ragioniere sarà preciso.

Ipotizziamo di aver incontrato una di queste professionalità per la prima volta e nel caso del ragioniere ci si presenta una persona in disordine, vestita male, con le scarpe usurate.

Che opinione ci facciamo di lui? Gli affideremmo la nostra contabilità?

Se questo ragioniere ha promosso la sua attività sul web e le sue parole chiave sono state ‘precisione, cura, attenzione al dettaglio’ capite bene che c’è qualcosa che non va.

Ha sbagliato parole chiave o meglio sono giuste se legate allo stereotipo, ma certamente non riferite alla sua persona.

Se il suo stile è, diciamo, naif forse la sua comunicazione sarebbe stata vincente se avesse usato la parola ‘creativo’ e avesse spiegato che la sua mission è dare ai numeri una connotazione meno fredda e negativa e renderli più familiari.

Mi viene in mente Piergiorgio Odifreddi a questo proposito.

Identificare le proprie parole chiave è un viaggio tortuoso, soprattutto perché si deve fare dentro di noi. Conoscersi, scoprirsi, rivelarsi a sé stessi innanzitutto e poi agli altri.

Per molti è decisamente più istintivo, parlo di persone che hanno già messo a fuoco i propri talenti e potenzialità. Per altri c’è bisogno di una guida esterna che li accompagni in questo percorso.

Non servono tante parole chiave.

Ne bastano tre, ma queste poi dovranno essere parte della nostra mission, comunicazione, vita.

Dovranno intrecciarsi costantemente con la nostra personalità, immagine di se, comportamento, modalità di comunicazione.

Saranno la nostra impronta digitale.

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