LENORA: scarpe da favola per donne sempre in pista!

Ho scoperto Lenora per caso, grazie a un’immagine condivisa un’amica su Facebook che ha attirato la mia attenzione…potere dei social!

Sì, perché sapete che quando si parla di scarpe, io non posso fare a meno di pensare ‘le voglio!’

E queste le ho volute possedere fin dal primo sguardo, vuoi lo stile un po’ vintage delle linee e delle fantasie, vuoi che – come insegna la nostra Carrie Bradshow – le scarpe per una donna non sono mai abbastanza.

Fatto sta che sono subito andata a vedere il loro sito e sono entrata letteralmente nel Paese delle Meraviglie di Alice.

E sì, confesso, quando ho visto che c’era anche la sezione Outlet sul sito non ho potuto pensare, sì le compro tanto se poi voglio parlarne sul mio blog ci sta che le provi anche, no??

Ed ecco qua le mie preziose Lenora.

Ma a parte la mia passione maniacale per le scarpe, ragazze queste di Lenora sono davvero FAVOLOSE.

Basti pensare che a produrle sono una coppia di ex importatori di scarpe per il tango che a un certo punto della vita hanno deciso di offrire a tutte le donne che non vogliono rinunciare alla bellezza anche la comodità.

Le scarpe Lenora sono realizzare con pellami di primissima qualità (n.d.r il piede ringrazia 🙂 ) e anche la conformazione della scarpa rispetta pienamente quella del piede, senza costringerlo in modelli che dopo nemmeno un’ora ti fanno pensare ‘toglietemi questi strumenti di tortura’.

Il passato nel mondo del tango conta tanto. Chi balla deve abbinare all’eleganza del modello della scarpa l’assoluto comfort altrimenti non si riuscirebbe a sostenere lunghe ore di gara sulla pista.

Lenora ha portato questa necessità nella vita di tutti i giorni, dove anche noi spesso ci troviamo a stare lunghe ore fuori casa e quindi la scarpa deve porci in una condizione di benessere.

La mia curiosità è andata oltre, non solo ho acquistato le mie Lenora, ma ho contattato l’azienda per poter intervista il suo designer, Dante Beltrami.

Cosa offre di unico Lenora? Quale è il principio cui si ispira?

Permettere alle donne di indossare una scarpa che soddisfa sia un requisito di bellezza che di comodità.

Sembra banale come binomio, perché in fondo dovrebbero farlo tutti, ma non è così. Spesso vengono proposte sul mercato scarpe che penalizzano l’una o l’altra caratteristica. Se sono belle quasi sempre sono scomode; e lo sono per la forma ma anche per la qualità dei materiali utilizzati.

Viceversa quando si privilegia la comodità e la qualità chissà perché si fanno tendenzialmente più brutte, dalle forme obsolete e con colori non di tendenza.

Venendo dal mondo del tango ho dovuto produrre scarpe per piedi particolarmente ‘vissuti’ che presentavano varie problematiche (caviglia grossa, alluce valgo, monta alta, tallone magro); per tutti ho dovuto sempre trovare la soluzione, la scarpa che consentisse al ballerino di solcare la scena. E’ stata una grande scuola che ha portato oggi a Lenora.

…mi vengono in mente le Armadillo di Alexander McQueen che sono state addirittura ritirate dal commercio e vietate; qui non c’era senz’altro un problema di qualità, ma la forma è quanto di più dannoso ci sia per il piede e il portamento.

Ma quindi è il pubblico di Lenora?

I modelli molto ispirati al mondo del tango e agli anni ’50 ci hanno collocato su una fascia di cliente tra i 35-50 anni, con un gusto molto da ‘signora’ elegante.

Oggi, con le nuove collezioni abbiamo abbassato la media perché abbiamo introdotto modelli molto più vicini alla contemporaneità e più colorati.

Siamo quindi arrivati anche alla venticinquenne o semplicemente alla donna che veste più casual.

Quale è la donna di Lenora?

Sicuramente quando penso alla donna cui proporre i miei modello mi rivolgo a una donna bella e che ama il bello. Questa è una prerogativa che attraversa tutte le generazioni; puoi trovare questo principio ispiratore nella 20enne come nell’80enne.

Soprattutto è una donna che quando indossa la scarpa deve pensare che questo accessorio le dia una marcia in più.

E per il futuro? Dove sarà Lenora?

Mi concentro innanzitutto sul domani. E per ora lo sforzo maggiore è proporre collezioni sempre più appetibili; siamo ancora in fase di sperimentazione tutto sommato, c’è sempre da aggiustare il tiro, una stagione dopo l’altra si impara sempre qualcosa che serve a introdurre elementi di miglioramento per le collezioni successive. Come anche si può pensare di rompere del tutto uno schema e rivoluzionare il concept.

Cosa pensa del sistema moda Italia? L’Italia e quindi le firme italiane hanno ancora un peso a livello internazionale?

Sicuramente, soprattutto all’estero. In Italia e in Europa molto meno.

In generale va detto che le grandi firme attecchiscono meno perché le nuove generazioni sono meno legate agli stereotipi, hanno un approccio più neutro non condizionato dal logo. Oggi non è vestirsi con le firme che ti connota, entrano in campo altri fattori.

La moda oggi può ancora definirsi driver di tendenze come è accaduto nel passato?

Lo è, ma come dicevo prima, oggi sono entrati in gioco altri elementi culturali che concorrono a definire delle tendenze. In passato la musica e la moda ad esempio erano molto connesse, osmotiche. Alcune tendenze musicali diventano trend della moda e viceversa (pensiamo al punk).

Oggi non è più così e sicuramente tutto il mondo del web ha rivoluzionato anche la moda intesa come vetrina, come galleria di sogni irraggiungibili. Oggi il must è lo street style e la modella non è più la top model, ma la ragazza della porta accanto, struccata, non perfetta.

Si vede qualcosa di davvero originale o è tutto mix and match e richiamo al passato?

Una volta gli stilisti cercavano l’originalità, l’unicità. Oggi i brand, spesso facenti parte di grande holding, inseguono aspetti più commerciali e quindi propongono ciò che la gente vuole, anche se è già visto perché il ragionamento che c’è dietro è ‘se si è venduto e quindi ha funzionato, riproponiamolo, cambiando giusto qualcosa’.

Va detto che anche l’atteggiamento del consumatore è cambiato. Non si acquista più a occhi chiusi. Prima si fa una valutazione economica, un balance tra qualità/prezzo, ma soprattutto si compra solo a fronte di una reale esigenza.

C’è ancora spazio per la creatività o tutto è dominato da logiche di business come per i grandi brand guidati da holding internazionali?

Oggi più che mai la creatività è la vera discriminate per avere successo. Ed è proprio il forte aspetto commerciale a pesare. Se fai una cosa che funziona allora i conti tornano.

Non c’è nulla da inventare; c’è da trovare il twist che ti rende riconoscibile e unico e spesso è molto più stimolante attingere a una tendenza già affermata e tentare di darle nuova identità con un piccolo dettaglio che fa davvero la differenza.

A monte di tutto poi bisogna sempre chiedersi cosa piace alla cliente, cosa comprerebbe.

Io dico sempre ‘Un piede nel negozio, un piede nella poesia’.

Stare in ‘bottega’ a contatto con i clienti è una grande scuola. Molti stilisti non hanno questo contatto con la realtà.

C’è ancora spazio per l’haute couture o il pret a porter spadroneggerà fino a diventare l’unica possibile di scelta?

Certamente, perché ci sono ancora i ricchi.

La mia morale è ‘I vestiti sono stracci, i piedi sono per terra’

Intendo dire che quando si parla di consumi bisogna essere realisti. Oggi non si compra più in modo sconsiderato.  Si dà il giusto valore alle cose quindi se un abito dell’haute couture per l’acquirente corrisponde alla sua scala di valore, molto probabilmente lo comprerà.

Trovo molto più insensato riempirsi l’armadio di capi da 20€ che valgono poco e durano altrettanto poco; idem vale per le scarpe.

E l’artigianalità?

L’artigianalità salva l’Italia.

Nessuno può eguagliarci in questo. Non è un caso che molte grandi firme si avvalgano dei nostri artigiani per creare le loro collezioni. Pensiamo a chi lavora la pelle, i ricami, ma potrei fare un elenco lunghissimo.

La componente umana è troppo forte per poter essere soppiantata. Inoltre c’è un fattore intrinsecamente culturale. Il nostro occhio è allenato alla bellezza.

Come ritagliarsi un proprio spazio? Quale è il fattore di diversificazione e unicità per essere conosciuti e riconosciuti?

Bisogna essere coerenti con sì stessi. Mai tradire il prodotto.

Evolvere, non essere sempre uguali, ma avere di certo sempre lo stesso DNA, che ti renda riconoscibile da chi ti segue.

Solo così si può sopravvivere in mezzo alle intemperie.

Consiglio per i giovani che vogliono intraprendere la sua professione?

Lanciarsi, sperimentare, non pianificare troppo e non anteporre gli obiettivi allo svolgersi di un percorso che necessita di suoi tempi e sviluppi. E poi uscire allo scoperto. Confrontarsi con il pubblico, ma anche con i colleghi, il canale commerciale per capire se si è sulla strada giusta.

 

 

 

 

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