Gabriele Fiorucci Bucciarelli: l’anima del prêt-à-porter di lusso

Giovane, brillante, talentuoso, eclettico.

Gabriele Fiorucci Bucciarelli senza dubbio non è un designer schivo o avaro di personalità, anzi.

“La bellezza non è un merito, semmai un valore aggiunto, cui ognuno dovrebbe protendere” ama spesso dire. Questo perché la donna che veste i suoi abiti di sicuro si veste di bellezza, di stoffe preziose e dettagli unici.

E’ un prêt-à-porter di lusso quello dello stilista romano, ma che effettivamente avrebbe tutti i connotati per divenire vera haute couture. Le sue collezioni infatti, sono dedicate ad una donna femminile , affascinante, cosmopolita e multietnica: la sua è una donna combattiva, elegante, mai scontata.

Le sue collezioni, di stagione in stagione, muovono appeal differenti, spaziando dal romanticismo di una serata invernale di pioggia, al “dark romantic” fino a sconfinare in echi rock.

E poi eleganza innata, skyline metafisici, dettagli brillanti, stampe preziose e applicazioni dai mille bagliori che fanno sognare qualunque donna indossi uno dei suoi abiti.

E’ al padre che dedica la sua sconfinata passione per la moda.

“La grande passione che quotidianamente accompagna il mio lavoro è dedicata a mio padre”

Romano, ma dall’animo cosmopolita come tutti i grandi artisti, Gabriele inizia la sua carriera dal grande e indimenticabile maestro Lancetti, di cui sarà l’allievo più giovane, per poi proseguire al fianco di Antonio Marras dal quale imparerà l’originalità applicata all’ eleganza e la pura raffinatezza nella linea, che diventeranno nel tempo la sua vera “filosofia di stile”.

L’ascesa nella moda prosegue con la collaborazione, come designer e quindi come direttore creativo, per alcune fra le più note griffes del prêt-à-porter italiano ed internazionale, elemento che farà di lui un designer dalle idee molto chiare e dalla grande versatilità artistica.

Made in Italy, eleganza e opulenza

Gabriele Fiorucci Bucciarelli ama vestire le donne trasformandole in eroine metropolitane che camminano flessuose su tacchi alti e muovono con grazia lo chiffon delle loro ampie gonne ricamate. Il suo è un made in italy perfetto, caratterizzato dalla linearità dei tagli e dall’essenzialità delle forme che riscoprono una moderna femminilità e una nuova opulenza.

Molte anche le donne celebri che hanno scelto i suoi abiti o li hanno intrepretati fondendo la loro anima con quella delle creazioni del designer che, come ha lui stesso dichiarato, non si ispira a icone o donne del passato, ma lascia che siano gli stati d’animo del momento o le ispirazioni estemporanee a guidare la sua vena creativa.

E’ il sogno a guidare la sua professione, la voglia di sognare e di perseguire i propri sogni nonostante tutto, nonostante le difficoltà: Gabriele Fiorucci Bucciarelli è un designer agguerrito e talentuoso che ho voluto intervistare proprio per scoprirne l’anima più profonda, quella che poi dà vita alle sue visionarie creazioni.

Ne è venuta fuori una bellissima chiacchierata che vi ripropongo qui.

Cosa pensa del sistema moda Italia?

Il sistema moda Italia e ciò che oggettivamente ha salvato l’Italia dal tracollo definitivo, in un momento drammatico della sua economia e del suo sviluppo. E quel sistema che ha dato la possibilità ad una quantità enorme di donne (in un periodo in cui si parla ancora di quote rosa), di poter lavorare creandosi una identità professionale unica ed indelebile nel tempo.

Peccato che troppo spesso -questo- l’Italia non lo ricordi. Ed è indubbio certamente che il periodo attuale abbia lasciato le sue tracce negative anche all’interno dello stesso Sistema Moda Italia, nonostante l’alto profilo mantenuto.

L’Italia e quindi le firme italiane – anche del mondo della pelletteria. hanno ancora un peso a livello internazionale?

Credo che aldilà di tutti i giri di parole e le evoluzioni del mercato, aldilà di tutto quello che se ne possa dire, l’Italia avrà sempre un peso in ciò che storicamente è propriamente SUO, per indole, nascita e DNA. La Francia in primis e tutte le altre realtà nate successivamente nel panorama della moda, si sono certamente ricavate uno spazio di tutto rispetto e spesso ancora maggiore di quello italiano, ma questo non toglierà mai all’Italia il primato di essere se stessa e soprattutto di essere la più grossa produttrice di moda al mondo, anche di quelle note e patinate maison d’oltralpe, che scelgono proprio noi per realizzare i loro prodotti…e questo la dice lunga.

La moda oggi può ancora definirsi driver di tendenze come è accaduto nel passato?

La moda è sempre un continuo lancio di tendenze; questo è il suo scopo e questa è la sua primaria necessità per vendere, dunque non si può prescindere da esso. Certamente andando avanti con il tempo le tendenze risultano meno originali seppur sempre più eccessive. Senza un qualche tipo di novità il prodotto diventa stagnante, copia pedissequa di se stesso, in un momento di mercato di saturazione assoluta, di noia globale e di milioni di Competitors in tutti i target di riferimento e di prezzo, è assolutamente obbligatorio imporre un’idea nella speranza che essa sia vincente.

Si vede qualcosa di davvero originale o è tutto mix and match e richiamo al passato?

È altrettanto ovvio che con l’andare avanti del tempo la genialità e le idee si trasformino più in un assemblaggio che in un vero e proprio “lancio” di novità. Il passato è sempre rappresentato, presentato e ri-presentato nella moda, ed ha sempre fornito una forte fonte di ispirazione, ma è stato altresì necessario riferirsi al passato per studiare l’adattamento delle forme all’evolversi della nostra specie -non ultimi i cambiamenti morfologici del corpo dell’uomo e della donna degli ultimi 100 anni- e alle necessità e alle esigenze di una vita sempre in continua evoluzione. Riferimenti al passato seguiteranno sempre, ma nel lungo svolgersi del tempo, è normale che riferimenti al passato siano sempre più protesi ad un effetto Styling, più che di vera e propria rielaborazione del prodotto. Echi, Richiami.

C’è ancora spazio per la creatività o tutto è dominato da logiche di business come per i grandi brand guidati da holding internazionali? 

Sicuramente è sfortunatamente il marketing a modo suo è una forma di creatività che ha sostituito quella del design. Purtroppo non è così facile ad oggi evitare il concetto di business della moda, ed in funzione di questo, stanti i cambiamenti sociali e di comunicazione degli ultimi anni,  non è possibile essere esenti dalle logiche di marketing ormai virali. D’altronde appunto questo è proprio ciò che più prettamente riguarda le grandi holding e le multinazionali.  

Forse l’unico modo per esserne in qualche modo esenti è proprio recuperare l’artigianalità, ed essere una realtà piccola, o medio piccola, di qualità assoluta, che fa il suo proprio lavoro creando concettualmente una linea -a seguito di idee e del lavoro creativo di un altrettanto vero design. E forse è proprio questo che può salvare le piccole realtà dalla voracità del sistema marketing.

Distinguersi e creare qualcosa di effettivamente differente, e non solo in termini di creatività quanto di qualità ed elaborazione delle merceologie degli stili e dei prodotti, può essere una nuova modalità per confrontarsi con la realtà attuale, creando quindi una chiave di lettura ulteriore per offrire, a chi non vuole omologarsi -acquistando dalle grosse multinazionali-, una qualità ed un prodotto effettivamente diversi dalla media.

C’è ancora spazio per l’haute couture o il pret a porter spadroneggerà fino a diventare l’unica possibile di scelta?

È proprio questo momento che l’Haute Couture ha uno spazio maggiore, nell’omologazione data dal marketing e dagli innumerevoli business plan – dai quali non si sfugge; ora esiste la necessità di puntare a qualcosa di sempre più esclusivo, per dimostrare le peculiarità e le caratteristiche e quindi il valore dei brand, cosa che ormai non è più possibile fare con il prodotto quotidiano, appunto soggetto a ritmi e dinamiche assolutamente commerciali e non più creative.

Anche solo per immagine quindi e comunicazione o per avvicinarsi ad un mercato tanto agognato, come quello del lusso, difficilmente messo in crisi anche delle effettive difficoltà economiche mondiali, la Couture spicca il volo tra tutte le variabili possibili del mondo dell’abbigliamento… essa -unica e sola- determina e concede ancora al pubblico la possibilità di SOGNARE.

 

 

 

E l’artigianalità?

E l’artigianalità è ormai diventata una scelta. In un momento storico in cui (non si capisce per quale motivo) tra le giovani leve nessuno sceglie di essere un artigiano -mestiere ricercatissimo e assai ben pagato. Sono molti i brand che fanno filosofia rispetto al modo di produrre le loro linee, ma in verità l’artigianato e soprattutto il nostro vero artigianato italiano, sono diventati un’opzione,… una scelta esclusivamente per chi voglia farlo.

Aldilà di tutto quello che ci viene raccontato (e imposto) per le merceologie inferiori -come le seconde linee o di pronto moda o di Mass market- per le “linee superiori” l’artigianalità è solo ed unicamente una scelta.

Come ritagliarsi un proprio spazio? Quale è il fattore di diversificazione e unicità per essere conosciuti e riconosciuti?

Credo fondamentalmente che lusso sia oggi ciò che è sempre stato, mediamente esso rappresenta il “superfluo”, tutto ciò che si può avere in altro modo, MA… elevato all’ennesima potenza e quindi superfluo!

Ma nella sua vacuità è carico di significati, di status e di valenze, oggi più che mai sociali. Eticamente discutibile quindi, ritrova pur tuttavia una sua autenticità e l’ipotesi di aiutare ancora le masse a sognare e a voler raggiungere un obiettivo… cosa che i nostri tempi ormai tendono a toglierci.

Come ritagliarsi un proprio spazio? Quale è il fattore di diversificazione e unicità per essere conosciuti e riconosciuti?

Per quello che mi riguarda non credo sinceramente che esista una medicina o una ricetta da seguire per raggiungere un obiettivo in questo settore, o ancora per ritagliarti uno spazio tutto tuo… così come non credo che esista una strada specifica per creare un prodotto che abbia una sua propria identità.

Penso semplicemente che chi fa il mio lavoro abbia come scopo primario quello di creare oggetti che – di per sé – si identifichino nella mano di chi li ha pensati, laddove qualcuno li abbia effettivamente pensati e nel tempo -se questo è vero- l’identità è automatica.

Questo è stato il dramma degli anni 90, quando la moda è diventata il boom economico mondiale, e non si è più pensata come una necessità: l’arte del design dietro ad un oggetto e quindi la “proposta”, ma ci si è concentrati SOLO sul produrre prodotti, all’unico scopo del guadagno; questo ha costruito e contemporaneamente distrutto l’ enorme Business della Moda.

Penso comunque che insieme all’identità di un prodotto, sia necessario sempre avere un pizzico di fortuna e tantissimo lavoro, ovviamente non solo da parte del designer ma di tutti coloro che lavorano accanto a lui, per trovare il modo di ritagliarti uno spazio.

Ho sempre creduto fermamente che non ci si debba mai aspettare che una crisi finisca… o semplicemente passi, (e nell’attesa tentare di galleggiare) ho sempre pensato invece che bisogna creare il proprio spazio e trovare il giusto modo all’interno del contesto in cui si vive in quel dato momento, anche nella crisi, cercando e provando nuove chiavi di lettura, più calzanti e non piuttosto aspettare che il periodo passi e migliori.

Gabriele Fiorucci Bucciarelli cosa offre di unico?

Credo che il mio brand sia oggettivamente un brand di qualità dove tutti valori di cui ho parlato finora siano effettivamente presenti: l’artigianalità, il made in Italy (quello vero eh!), il lavoro di molte persone tutte unite con la stessa finalità ed a monte il concetto creativo di un designer.

Trovo che anche solo guardando le mie collezioni in fila, l’una dopo l’altra, si riconoscono facilmente i tratti essenziali e quindi identificativi di una linea. E credo che tutto questo sia già molto importante oggi, ma probabilmente ciò che rende effettivamente unico il mio lavoro è l’ “intenzione” che esiste dietro di esso e che forse arriva agli utenti finali. Infatti mi preoccupò sempre di più del cliente della strada che entra in boutique per acquistare. È a lui che va la mia ispirazione, sempre.

La gente della strada che porta in giro i nostri prodotti, contemporaneamente li comunica, e determina cosa sia di tendenza o di moda in quel preciso istante.  Come tutte le persone che si rivolgono al pubblico, senza il favore del pubblico stesso “noi non siamo nulla”, e non abbiamo quindi facoltà di poter espandere il nostro pensiero attraverso il nostro lavoro.

Qual è il principio cui si ispira?

Mi spira la gente, mi spira lo stato d’animo del momento, non sono un designer che tende ad avere donne icona o figure di riferimento o piuttosto che si ispiri ad oggetti, situazioni, forme artistiche, ma in verità traggo profonda ispirazione dagli stati d’animo che a modo mio rendo indossabili. E di fronte ad una collezione credo si percepisca l’emotività che l’ha costruita, seppur non scevra dalle rigide leggi di mercato.

Qual è il suo target?

Gabriele Fiorucci Bucciarelli si attesta come prêt-à-porter di lusso e certamente pur fisso nel suo target di riferimento, prova a rendersi disponibile anche su fasce medie, magari anche solo per un’occasione speciale, tentando di non privare nessuno della possibilità di realizzare un piccolo sogno.

In fondo la vita è fatta proprio di queste piccole aspirazioni e piccoli traguardi… E noi vogliamo certamente evitare la frustrazione del mancato raggiungimento.

Cosa vogliono i consumatori oggi?

Al contrario di quello che viene proposto rimango fermamente convinto che il consumatore finale donna, oggi desideri più che mai sentirsi BELLA e questo è facilmente riscontrabile dal boom di chirurgia estetica o di medicina estetica attuale, dagli Overbooking fatti in tutte le palestre, dalle continue foto ritoccate che vediamo pubblicate su ogni tipo di social network, proponendo un’immagine di noi che è quella che ci ostiniamo a voler credere essere la realtà.

È questo ciò che penso quindi, semplicemente rendere bella ogni donna di più… cosa che francamente nei vari mix e match di Styling delle ultime collezioni si è persa molto di vista, in favore di un sensazionalismo momentaneo e che in realtà credo non paghi affatto sulla lunga distanza; nessuno ha piacere di spendere migliaia di euro per vedersi allo specchio più brutto o ridicolo.

Aneddoti da raccontare?

Potrei raccontare milioni di aneddoti su qualsiasi tipo di argomento che in qualche modo si leghi al mio lavoro, ma credo che siano pochi in verità gli aneddoti che lascerebbero un lettore lontano dal pensiero che la moda sia qualcosa di veramente faticoso da gestire. Preferisco quindi lasciare a tutti l’illusione che il nostro settore sia fatto solo di paillettes, jais e cristalli di tutti colori e che noi, ci si occupi solo di superfluo.

E per il futuro? Dove sarà Gabriele Fiorucci Bucciarelli?

Penso che il mio brand sarà sempre più presente dove in questo momento si trova già, e probabilmente in una espansione maggiore dei suoi mercati di riferimento, che attualmente risultano essere tutti i mercati del lusso mondiale, dalla Russia al Medio Oriente agli States, finalmente con le nuove aperture italiane per dare la possibilità anche nel mio paese a tutti, di poter vedere forse qualcosa in più e qualcosa di diverso.

Penso di seguitare a fare il mio lavoro e credo e spero che questo avvenga sempre con maggiore soddisfazione…

E mi auguro con lo stesso entusiasmo con cui ho iniziato a fare questo mestiere anni fa. Con la speranza di riuscire a ricavarmi un segmento tutto mio abbastanza lontano da tutte le lotte intestine del marketing attuale.

Consiglio per i giovani che vogliono intraprendere la sua professione?

Tante volte mi è stata posta questa domanda e credo di aver risposto sempre in modo diverso; in questo momento dopo diversi anni credo fermamente in un unico principio: amare profondamente oltre ogni cosa il proprio lavoro e nel nostro caso la moda.

Di nuovo mi ripeto: aldilà di quello che sembra e di quello che si possa pensare, perché così viene comunicato ed in questo modo arriva agli occhi e alle orecchie del grande pubblico, la moda è un mestiere assai difficile, e non per la mole di lavoro ma per la fermezza con la quale va intrapreso condotto e mantenuto il percorso professionale.

Credo quindi sopra ogni cosa che non si riuscirebbe a portare avanti il proprio percorso, nelle grandi difficoltà di ogni genere che continuamente si presentano, se non si avesse un amore viscerale per questo genere di argomento, in grado di far superare o comunque di fronteggiare tutte le difficoltà di un lunghissimo cammino

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