Flâner: la vita è produrre significati, anche attraverso la moda

Come sapete nella mia rubrica settimanale Femina Flair vado alla scoperta di brand della moda italiana emergenti, ma non solo. Vi racconto anche di stilisti e atelier che già da tempo lavorano in questo settore e lo fanno con passione e mestiere, solo hanno scelto di restare ai margini del fashion system e portano avanti con tenacia e costanza i valori della creatività, artigianalità tutta italiana.

Quando si parla di italianità però non è detto che la mano che sta dietro a una creazione sia necessariamente di un italiano.

L’italianità è un’impronta, una cultura, un particolare forma di espressione, è sentire la moda nella sua accezione più iconica.

E’ il caso di Flâner, un marchio di abbigliamento donna creato da Gisella Badaloni.

Gisella infatti è argentina di origini, nata e cresciuta a Mendoza. Si è trasferita  in Italia nel 2011 e qui ha studiato nelle più prestigiose scuole per dare forma e contenuto alla sua passione di sempre, la moda.

Nel 2014 forte dei suoi studi, ma soprattutto delle esperienze sul campo, ha iniziato a pensare di poter creare qualcosa che rappresentasse il suo stile, lavorare per sé quindi, non per altri.

C’è voluto un po’ di tempo ma finalmente nel 2015 ha presentato la prima collezione capsule Flâner per la stagione Primavera-Estate 2016.

L’identità di Flâner è molto concettuale, non a caso la sua headline è “La vita è produrre significati”.

I capi proposti sono contemporanei, minimalisti e romantici; si rifanno a un’estetica fresca e lineare che si unisce alla qualità del made in Italy.

Ho chiesto a Gisella di darmi la sua personale opinione sul sistema moda Italia, un punto di vista interessante considerando la sua origine e quindi il suo vissuto che esula dai classici schemi culturali nostrani.

Molti giovani stilisti con cui ho parlato infatti mi hanno espresso la volontà di andare all’estero nel tentativo di affermarsi, lei invece ha deciso di lavorare proprio nel nostro Paese.

Cosa pensi del sistema moda Italia?

Se faccio il paragone con la mia terra d’origine, dove diciamo non esiste un vero e proprio sistema a livello regionale/nazionale, credo che il sistema moda Italia sia complesso ma organizzato, frutto della storica presenza di tantissime imprese con dimensioni medie e piccole. Certamente il lato umano conta ancora molto, perché partendo da zero bisogna investire molto nelle relazioni con i produttori, fornitori, etc etc , ma diciamo che avere dei riferimenti seppur di alto livello è certamente d’aiuto.

L’Italia e quindi le firme italiane hanno ancora un peso a livello internazionale?

Beh anzitutto ricordiamoci che la moda in Italia è un’industria, un settore che ha un peso rilevantissimo per la nostra economia. A parte le grandi firme, ti cito le parole di una buyer di Singapore con cui ho avuto a che fare l’anno scorso: “ Italy – small is ok and very well done” , il che fa percepire come nel mondo abbiano capito il nostro punto di forza:  siamo apprezzati non come singoli ma come moltitudine di persone che in maniera indi/interdipendente ha la capacità di fare le cose in maniera eccellente.

La moda oggi può ancora definirsi driver di tendenze come è accaduto nel passato?

Domanda difficilissima da rispondere, la moda è si ancora driver di tendenze ma forse un po’ offuscata dalla bolla comunicativa che la circonda. I media attuali, il fast fashion, sono tutti elementi che accelerano questo mondo e spingono a consumare invece che a trovare tendenze durature nel tempo.

Credo che fare stile e fare impresa nel settore sono due cose completamente differenti. Nel primo caso bisogna essere formiche, avere la forza e la determinazione della pazienza per poi essere ripagati nel lungo periodo (prendi ad es. Marni) , la seconda è una modalità in cui devi essere atletico reattivo e abile nell’avere intuizioni fugaci.

Si vede qualcosa di davvero originale o è tutto mix and match e richiamo al passato?

Certamente c’è molto ritorno al passato, forse per una generale nostalgia, ma l’originalità si vede eccome. A volte sono esperimenti che si trovano solo alle mostre delle fashion week dedicate o nelle tesi degli studenti delle università. Ovviamente sono capi che non si vedono negli showroom o nelle vetrine, perché rappresentano concetti che difficilmente possono essere compresi dal grande pubblico, lontani da una possibile utilità quotidiana (per non parlare del prezzo!).

C’è ancora spazio per la creatività o tutto è dominato da logiche di business come per i grandi brand guidati da holding internazionali?

A questo proposito mi ricollego alla domanda 2 portando l’esempio italiano: siamo in tanti e siamo medio piccoli. Se noi sopravviviamo in questo mondo globale, è perché portiamo qualcosa di originale, di diverso, qualcosa che alle persone non fa sentire omologato. Credo che quello che si vede è solo la punta dell’iceberg della creatività (non immagini neanche quanti capi disegno prima di fare la selezione per la collezione!), quindi si, le logiche di business esistono, ma come ti dicevo prima c’è ancora tanta gente che ha la voglia e la pazienza di rappresentare il proprio stile.

C’è ancora spazio per l’haute couture o il pret a porter spadroneggerà fino a diventare l’unica possibile di scelta?

Non credo che l’haute couture scomparirà, anzi il digitale sarà uno strumento che potrà aiutare questa modalità del fare creazioni. Ovviamente l’esclusività non può essere popolare, e quindi avrà i suoi settori /spazi definiti.

E l’artigianalità?

E’ un altro fondamentale della moda, è un bisogno socialmente riconosciuto. A parità di funzione (un capo di fatto serve per vestirci, dopodiché ci rappresenta nel mondo),  può essere un elemento distintivo importante, con una storia da raccontare, per questo motivo il “fatto a mano” o simili avranno sempre possibilità di esistere.

La tua maison cosa offre di unico?

Per chi mi conosce da più vicino, il mio marchio è unico perché è rappresentativo di me, di quello che ho fatto, dell’idea esotica di mollare le certezze, partire da zero e provare a portare avanti le proprie idee e convinzioni.

Se ci guardiamo un po’ più da lontano, lasciando perdere motivi stilistici o di materiali, l’unicità è data dall’autenticità: siamo un fiore che ancora deve sbocciare, in un cammino che porterà esperienze, sacrifici, risate, pianti ed emozioni. Ogni persona che acquista o acquisterà un nostro capo lo farà perché si identificherà o apprezzerà il nostro modo di prendere la vita.

Quale è il principio cui ti ispiri?

In una parola: Flâner.

Essere curiosi, partecipati al punto giusto, comunque consapevoli che alle volte le cose vanno in un certo modo e quindi è necessario essere aperti e ricettivi. Per questo motivo, è importante avere sempre un approccio positivo nei confronti della vita.

Il flaneur, ovvero il motore di questo principio, storicamente sembra svogliato, ma in realtà dentro di sè ha una sensibilità innata.

Quale è il tuo target?

Target, che brutta parola, ma so bene quanto è importante. Sono persone, donne che non si possono distinguere per età ma piuttosto per passioni, stili di vita. Il nostro target sono persone che cercano qualcosa di unico, personale, capi di qualità prodotti con passione. Ci rivolgiamo a persone che si possano sentire a proprio agio con le nostre collezioni, che provino gioia e sicurezza e si identifichino con ciò che indossano, perché l’abbigliamento è un linguaggio non parlato di quello che siamo e sentiamo, un modo di esprimere un desiderio.

Quale è la donna di Flâner?

E’ una donna forte, eclettica e, se vogliamo, anche un po’ anticonformista. La incontri per strada è ne senti la sua energia, perché la vedi camminare a testa alta e perché, appunto, è identificabile dai capi che indossa, che sono forti, non appariscenti. Nel 2017 è bruttissimo da dire, in quanto differenze di genere non dovrebbero esistere, ma è una donna emancipata. 

Cosa vogliono le donne oggi?

In generale credo che le donne di oggi vogliano molte cose, a volte fin troppe: quando disegno e penso a noi donne mi viene in mente la frenesia delle nostre giornate, in cui molto spesso fatichiamo o addirittura non riusciamo più a trovare il tempo per noi stesse. Credo che questa sia la cosa che vorremmo di più, uno tempo e uno spazio dove coltivare le nostre sensibilità. Una delle mie più grandi ambizioni, attraverso i miei capi, è far si che le donne possano trovare questo tempo nel momento in cui aprono l’armadio e scelgono che cosa mettere. Perchè scegliere significa essere consapevoli.

Dove si può acquistare i capi di Flâner?

Attualmente stiamo ultimando la collezione A/I 1718 che verrà proposta durante la campagna vendita ai negozi presso lo showroom LATE.

I nostri capi della stagione in corso sono invece acquistabili sul nostro sito o presso il negozio LeVillage Store di Milano.

Aneddoti da raccontare?

Ce ne sono molti,  il momento che ho detto “basta, è ora di intraprendere la mia strada”, oppure il fatto di aver trasformato casa per far spazio a Flâner.  L’ultimo per ordine cronologico è stato il giorno del nostro shooting. Abbiamo avuto dalla pioggia alla grandine al sole. Anche questo è stato qualcosa per me di incredibile, nonostante il lavoro e la pressione di quel momento siamo riusciti a prendere appieno l’energia di quel momento.

E per il futuro? Dove ti vedi?

Mi vedo in tutto il mondo, con la nostra semplicità. Non vogliamo vendere a tutti, ma vogliamo arrivare a coloro per cui un nostro capo ha un suo significato, che sia importante tanto quanto lo è per noi.

Consiglio per i giovani che vogliono fare la tua professione?

Di provarci, di non scoraggiarsi. E’ vero per fare qualcosa in proprio serve un minimo di soldi, ma quello che conta di più sono le idee e il sacrificio, la volontà di rinunciare a molte cose per esaudire i propri desideri.

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