Sono d’accordo con Elisa Motterle: l’eleganza è stata uccisa!

Lo scorso 26 settembre sono stata al White Show di Milano che si svolge in contemporanea con la Fashion Week.

Il White è, o meglio dovrebbe essere, “leader internazionale per la ricerca, la piattaforma di lancio per il successo di marchi e aziende, il punto di riferimento per i più̀ importanti multimarca e department stores internazionali” (così si definiscono sul loro sito).

Io non sono certamente un’autorità nel mondo della moda; la amo, la seguo, è oggetto della mia attività professionale, ma lasciatemi esprimere un’opinione personale…che delusione!

Girando tra gli stand di questa manifestazione, con la curiosità e l’avidità di imparare qualcosa di nuovo, mi sono resa conto che non stavo ricevendo nulla.

La sensazione che ho avuto, ciò che mi è arrivato è stato solo caos. Di forme, colori, tessuti, materiali, un meltin pot assoluto.

E qui mi si è posto di fronte un interrogativo gigantesco: cosa vuole comunicare la moda oggi?

Premetto che proprio il giorno prima avevo partecipato a un corso di Vintage Styling dove Elisa Motterle, massima esperta in Italia sul tema, ha fatto una carrellata della storia della moda di quasi un secolo sottolineando il valore del messaggio che essa manifestava in ogni decade, influenzata e fortemente contaminata dal contesto socio-culturale-economico.

La mia perplessità di fronte alle proposte del White si è dunque amplificata pensando al racconto di Elisa.

Di fronte al ‘già tutto visto’ e ‘non c’è nulla di originale e innovativo’ delle collezioni proposte mi sono quindi chiesta questo nostro mondo odierno come si traduce nella moda, che ispirazioni dà.

Perché non posso credere che ancora oggi ci siano stand che mettano in bella mostra tailleur che sono l’esatta copia di Chanel o che definiscano il ‘nuovo’ trend lo stile etnico degli anni ’70.

La prima risposta che mi sono data è la seguente e considera la questione da un punto di vista puramente socio-culturale.

Personalmente, ma forse non sono la sola, ritengo che la nostra società oggi non abbia una sua precisa identità. Siamo come dei camaleonti. Ci adattiamo al contesto, lo assecondiamo, cambiamo pelle a seconda dell’interlocutore che abbiamo davanti con il solo obiettivo di essere conosciuti e riconosciuti. Non cerchiamo la nostra unicità, preferiamo confonderci nel mucchio e ci sentiamo confortati dalla standardizzazione.

Ne consegue che se la società è una massa multiforme, multicolore,  la moda non può essere che manifestazione di questo stato di cose: il tutto e niente.

C’è chi approva questo stato dell’arte della moda, anche tra gli addetti del mestiere, perché sostiene un concetto di democratizzazione, di accesso alle masse, appunto, che basandosi sull’idea di ‘mix and match’ permette a tutti, più o meno, di essere alla moda senza necessariamente spendere ogni anno migliaia di euro per cambiare il guardaroba solo perché va seguito il trend del momento.

Effettivamente oggi vige molto la regola del riciclo. Ci sono outfit, proposti da firme blasonate o da brand del prêt-àporter, che mettono insieme il modello di pantaloni di due anni fa con la camicia dell’anno scorso e scarpe di 5 anni prima. E il tutto, nel suo insieme, è definito NOVITA’.

La moda dunque non è creare da zero modelli nuovi, espressione di un’esigenza che nasce in seno a un preciso momento storico, bensì è trarre ispirazione dal passato per riproporlo in chiave moderna.

Sempre secondo alcuni l’innovazione oggi non è nei tagli, nelle forme, ma nei materiali, ancor meglio se in ottica green. E in questo senso la parte da padroni la fanno gli accessori.

Se sugli abiti come ho scritto nulla c’è di nuovo, sul fronte accessori effettivamente al White qualche idea interessante si è fatta notare…anche se con rammarico devo ammettere che l’ho vista nello stand di aziende coreane e non italiane ad unica eccezione di una stilista fiorentina che ha portato al Salone le sue borse colorate che ricordano dei marshmallow!

Diciamo che lo scenario attuale è allineto all’affermazione di Walter Benjamin ovvero che “La moda non è altro che l’eterno ritorno del nuovo”.

Ad ogni modo per non rimanere ferma sulle mie idee e avere un confronto sul tema in questione ho posto la mia domanda iniziale proprio a Elisa Motterle che oltre ad essere esperta di vintage, attualmente lavora per una delle holding a capo di un significativo gruppo di firme di alta moda.

Elisa vede la questione evidentemente da una prospettiva diversa, proprio per il ruolo che ricopre.

E alla domanda cosa comunica oggi la moda offre una visione più stretta sul contesto di mercato e quindi economica.

elisa-motterleFermo restando che lo sdoganamento della moda negli anni ’70, quando il prêt-àporter l’ha resa accessibile più o meno a tutti e quindi meno iconica, oggi il vero driver non è la creatività, l’inventare nuovi design per andare incontro alla domande di soddisfare nuove esigenze.

Oggi la moda è trainata dai numeri. Si disegna, quindi si vende, solo ciò che corrisponde a precisi obiettivi di business delle maison che, facendo capo a holding multinazionali, definiscono trend e bisogni partendo dall’analisi di statistiche e bilanci dell’anno prima.

Si è persa insomma la visione romantica dello stilista che dopo una dura gavetta sbarca il lunario con la sua innovazione. Penso a Chanel, ma dagli anni ’20 agli anni ’80 potrei citarne ancora molti altri: Elsa Schiapparelli, Balenciaga, Dior, Givenchy, Mary Quant, Yves Saint Laurent, Pierre Cardin, Missoni, Calvin Klein, Armani, Ferrè.

Dopo gli ottanta, devo essere sincera, non mi sento di menzionare stilisti che hanno cambiato la storia o quantomeno che l’hanno segnata con un guizzo di creatività assoluta.

Sicuramente questa situazione è determinata dall’attuale sistema moda che, come dicevo prima, è guidato dalle holding alla cui testa non c’è uno stilista, bensì un tradizionale Amministratore Delegato, il cui obiettivo è solo e soltanto fatturare.

Il prêt-àporter ha avuto il pregio di vestirci tutti alla moda, ma ahimè temo che abbia portato alla decadenza della moda stessa, se con moda si intende innovazione, creatività, passione.

Oggi i giovani stilisti, e posso affermarlo con assoluta certezza perché li ho intervistati al White, non disegnano sulla scia del loro talento, del loro gusto, ma ispirandosi a ciò che ha funzionato e riproponendolo sperando di essere  ingaggiati da qualche grande firma dove farsi le ossa, mettere via qualche soldo e poi andare avanti con le loro gambe, ma sempre seguendo il solco del successo di qualcun altro.

Risultato? L’appiattimento e come giustamente sostiene Elisa Motterle, la morte dell’eleganza.

C’è un passaggio di un suo recente articolo su questo tema che ritengo essere significativo e in linea con lo spirito di questo mio articolo:

“La parola eleganza deriva dal latino eligere, che vuol dire scegliere. E il guaio è che oggi c’è troppa scelta. Vestirsi “alla moda” non è mai stato alla portata di tutti come lo è oggi.
Abiti e accessori non sono mai stati economici quanto ora, e sicuramente non sono mai stati disponibili in tanta varietà e quantità.         Quindi, mi viene da dire, essere eleganti oggi è soprattutto un esercizio di rinuncia. E una questione di saper ponderare attentamente le proprie scelte”.

Si, hai ragione Elisa.

Bisogna scegliere da che parte stare, ma soprattutto non bisogna dimenticare che la moda è espressione di stile e lo stile è quanto più potente e comunicativo quanto più è univoco.

I grandi stilisti del passato imponevano uno stile che non era alla portata di tutti, ma era sicuramente distintivo e dettava mode e tendenze.

Da comune mortale che non può andare tutti i giorni a fare shopping in via Montenapoleone dovrei essere contenta della varietà che c’è oggi, di scelta e di prezzo.

Ma da appassionata e nostalgica, invece, preferirei ancora desiderare di poter vestire un abito di Dior piuttosto che andare in qualche store e comprarne una brutta copia a pochi euro.

Un altro concetto che Elisa sottolinea è quello del capsule wardrobe, pochi capi ma buoni.

Vero anche questo. Inutile riempirsi gli armadi di abiti privi di stile e di qualità. Un sano decluttering aiuta a creare degli outfit vincenti e una coerenza di stile che ci rende unici!

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