DUMAS vs OWENS: palette di colori a confronto, tra sacro e profano!

Alla fine anche due personaggi così lontani, nel tempo, come Dumas e Owens hanno qualcosa in comune: l’acconciatura delle protagoniste delle loro opere d’arte!

Durante le scorse vacanze di Natale ho approfittato dei giorni di relax per coltivare un po’ le mie passioni: il teatro, la moda, l’arte.

E così nel giro di un fine settimana ho fatto un salto tra sacro e profano.

Il sacro è stata la visione dello spettacolo di balletto ‘LA DAME AUX CAMÉLIAS‘ di Alexandre Dumas al Teatro alla Scala, il ‘profano’ la mostra di Rick Owens ‘SUBHUMAN INHUMAN SUPERHUMAN‘ alla Triennale di Milano.

In realtà stiamo parlando di due ‘mostri sacri’ in entrambe i casi, così lontani nel tempo eppure così vicini per certi versi…basta guardare le donne della foto di copertina che ritraggono le protagoniste delle loro opere. La posa, il viso, l’acconciatura…è incredibile come si somigliano!

Chissà, se Margherita fosse vissuta in quest’epoca magari avrebbe indossato gli abiti di Owens. Una anticonformista per antonomasia…

E Owens è profano proprio nell’accezione di ‘rivoluzionario’; le sue sfilate hanno definito nuovi standard creativi non solo per la moda che si è visto sui cat walk ma perché hanno modificato proprio il concept di questi eventi di moda facendoli diventare veri e propri show dove si parla quindi di performance artistica a tutto tondo dove moda, musica, scenografia, location diventano l’alfabeto di un unico linguaggio e messaggio.

Uso l’aggettivo sacro per Dumas semplicemente perché si tratta di un classico e come tale la regia del teatro alla Scala lo ha riproposto. Nessun cambiamento alla sceneggiatura e ai costumi, tutti fedelmente riproposti così come li immagino il loro creatore.

Io amo entrambi, Dumas e Owens, perché tutti e due sono rappresentanti ciò ci cui più io ho bisogno per sentimi viva, la cultura del loro tempo.

E con l’occhio di chi non solo vive di queste cose, ma ne ha fatto anche il suo lavoro ho osservato lo spettacolo e la mostra con un occhio particolare, ovvero prestando attenzione alla scelta dei colori utilizzati per i costumi del dramma e per gli abiti delle collezioni di Owens in esposizione.

E’ interessante analizzare come la scelta di una palette diventi strumento di comunicazione per esprimere  un’emozione, di un sentimento, di un pensiero.

La prima cosa che ho notato è che nella Dama delle Camelie la costumista ha optato prevalentemente per colori caldi e brillanti.

A parte le scene dove Margherita (La Dama delle Camelie) è in agonia e poi muore, dove sono di scena il bianco (quasi a evocare il suo fantasma) e il nero, tutte gli altri quadri tendono a restituire – proprio attraverso i colori – la gioia della vita.

Ecco allora un trionfo di rosso, di verde, di blu, di giallo. E non solo per le stoffe degli abiti, ma anche per i tessuti delle scenografie. Una cornice perfetta per i balli delle feste e la scena in campagna.

La joie de vivre è antagonista del triste epilogo e viene enfatizzata ancora di più nei balletti corali dove ogni colore viene proposto in tutte le sue scale di sfumature.

Il blu si affievolisce fine a diventare azzurro cielo e poi verde. E il verde diventa così chiaro da trasformasi in giallo e poi arancio, rosso, viola…come se si stesse dipingendo un tramonto, quello di Margherita appunto.

Purtroppo non sono disponibili le foto dello spettacolo ma ho rubato qualche scatto mentre andava in scena 🙂

E Owens?

Qui prevalgono i colori freddi, anzi a dirla tutta nero e bianco sono predominanti.

E anche quando si intravede un po’ di marrone e beige, sono sempre declinati nella tonalità fredda.

Mi sono chiesta come mai.

Non conosco a fondo la poetica di questo stilista/artista e se penso al suo modo di fare ‘moda’ così irriverente,  fuori dagli schemi, di primo acchito penso che forse l’utilizzo del colore avrebbe potuto aiutarlo.

Ma poi, pensandoci bene, è proprio il contrario.

La forza del suo messaggio è talmente dirompente che arriva anche se la vita fosse in bianco e nero.

Non è il colore il suo principale strumento di comunicazione.

Anzi, quasi lo annulla, lo appiattisce per mettere in risalto le forme espressive delle sue creazioni, di per sé altamente comunicative per le forme degli abiti, la scelta dei tessuti, degli accessori.

I modelli diventano opere d’arte animate completamente integrate con il contesto che li ospita e la stessa musica viene scelta con una cura maniacale quasi debba diventare un mantra che porta lo spettatore in uno stato di trance. L’esperienza diventa così avvolgente, quasi onirica.

Quando finisce, anche il sogno è finito.

Io ho avuto questa sensazione quando sull’immensa parete della Triennale hanno trasmesso il video della sua ultima collezione Spring Summer 2018.

In entrambi i casi ho vissuto due momenti di vita intensi, di quelli che ti fanno palpitare.

 

 

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