DRESS CODE, tutti ne parlano ma di cosa si tratta esattamente?

‘Chiunque capisce il costume di un’epoca, capisce l’architettura e le necessità del suo ambiente’

In altre parole Oscar Wilde, con questa affermazione, ha perfettamente sintetizzato quanto promuovo nei miei workshop in azienda.

O per dirla meglio…ogni volta che parliamo di abiti, di moda, stiamo offrendo uno spaccato della società, del’ambiente in cui vive per l’appunto.

E se si parla di dress code, in particolare, parliamo di abbigliamento da adottare riferito a uno specifico contesto, sia esso quello aziendale, scolastico, sportivo, religioso e così via.

Ultimamente si sente parlare tanto di dress code con riferimento al Personal Branding, alla Consulenza di Immagine.

Ma vi siete mai chiesti come nasce e perché?

Non si tratta di una disciplina secolare giunta a noi grazie ad antichi manoscritti; si tratta piuttosto di regole non scritte, proprie della tradizione delle diverse culture, che di generazione in generazione sono state tramandate e si sono modificate adeguandosi di volta in volta alle mutazioni/evoluzioni della società.

Non c’è una data precisa quindi in cui è nato il dress code (termine evidentemente mutuato dall’inglese); si può affermare che esiste il dress code ogni volta che una comunità di persone sente l’esigenza di codificare comportamenti (galateo) e abbigliamento.

Letteralmente dress code significa l’abbigliamento codificato, standardizzato aggiungo io.

E infatti se pensiamo a medici, religiosi, giuristi, forze dell’ordine e a tutte quelle categorie che prevedono una divisa ci sono delle regole molto rigide da seguire.

Il concetto di ‘divisa’ poi per estensione si è applicato anche all’interno del mondo retail, penso ai commessi, o al mondo del turismo/food, quindi camerieri, concierge, etc…

E ovviamente è arrivato anche al mondo delle aziende. Qui però il termine viene utilizzato impropriamente.

Perché in seno ad una organizzazione non si può parlare di indossare una divisa.

Pensate se in un’azienda come Apple, che ha filiali in tutto il mondo e quindi abbraccia una molteplicità di culture, ogni dipendente fosse obbligato a indossare la divisa di ordinanza.

Quando si parla di dress code in azienda, non ci riferiamo a un codice scritto che ogni nuovo assunto deve rispettare e sottoscrivere, pena il licenziamento.

Il dress code in questi casi è un’indicazione a seguire delle regole di buon senso legate al buon gusto, l’educazione, il rispetto del prossimo e dell’ambiente in cui si lavora.

Non a caso quando parlo alle aziende, ai loro dipendenti io non utilizzo il termine dress code, ma piuttosto dress style. Il percorso da fare insieme infatti non è rivolto alla identificazione di una divisa da far indossare, a parte realtà che esplicitamente ne fanno richiesta. Piuttosto gli sforzi devono essere indirizzati nel definire con chiarezza quale sia lo stile dell’azienda, la sua immagine e quindi come debba no essere declianti anche con riferimento all’abbigliamento da indossare da parte di tutti coloro che ci lavorano.

L’obiettivo finale è ottenere coerenza e questa la si raggiunge solo se a monte sono chiari valori e mission del brand e quindi se c’è condivisione di questi contenuti da parte di tutti, dal management al magazziniere.

Solo quando questi presupposti sono evidenti e decifrati si può fornire una guida più chiara, o meglio dei consigli di stile alle singole persone.

In alcune aziende, molto attente a questi temi le ‘guide’ sono addirittura scritte; nella maggior parte dei casi, come nella tradizione del dress code, vengono fornite verbalmente e non necessariamente dal responsabile delle risorse umane, piuttosto dal collega che già lavora da diversi anni in azienda o il tuo capo. Se lavorano lì da qualche tempo avranno già compreso quale è la migliore linea da seguire 😉

Senz’altro per il mondo business ci sono delle chiare indicazioni di quale dovrebbe essere un abbigliamento consono e globalmente riconosciuto.

Tuttavia la vera evoluzione/rivoluzione oggi è nel significato di formalità ed eleganza che non sono più necessariamente vincolate allo stereotipo del faille femminile e dell’abito maschile.

Si può esprimente stile e eleganza anche vestendo in modo casual e in questo modo essere altrettanto credibili e autorevoli.

Il segreto è essere sé stessi. Non c’è niente di peggio infatti che vestire panni non nostri.

Si vedrebbe lontano un miglio che siamo dei pesci fuor d’acqua e questo influirebbe sulla nostra sicurezza, sulla nostra eloquenza, sulla nostra capacità di relazionarsi e comunicare.

Va da sé che ci sono ambienti più formali e di conseguenza siamo portati ad adeguare il nostro stile all’ambiente circostante, ma questo non deve portarci a trasformare noi stessi, a snaturarci.

Dobbiamo solo intercettare quali sono gli outfit più eleganti/formali da sfoggiare in modo coerente con il nostro stile e la nostra personalità. La parola chiave è ‘avere cura’ di sé stessi, il che può esprimersi anche attraverso uno stile casual, non necessariamente classico.

La formalità del dress code in un luogo di lavoro è normalmente determinata dal numero e dal tipo di interazioni che i dipendenti hanno con i clienti. In realtà business dove il contatto con il pubblico è elevato di solito è vivamente consigliato avere un aspetto professionale che esprima integrità, etica, competenza, in una parola ‘formalità’.

Parlo ad esempio di società di consulenza finanziaria, banche, assicurazioni, grandi imprese, studi legali e professionali.

A onor del vero negli ultimi anni anche queste organizzazioni hanno adottato un atteggiamento più rilassato su questo tema e in alcuni casi si è addirittura arrivati all’estremo opposto.

Voi andreste da un consulente finanziario che sembra vestito come se stesse per entrare in discoteca? Io no ma mi è capitato di vedere alle 8 di mattina consulenti agghindate come se dovessero ballare sul cubo! 🙁

In realtà più free, come le aziende che si occupano di tecnologia, agenzie creative, etc…l’abbigliamento casual e anche un po’ estroso può essere invece apprezzato, quasi fosse un elemento distintivo della forte personalità dell’individuo e della sua ricchezza interiore. Senz’altro un valore anche per la realtà in cui lavora.

Come sempre in medio stat virtus. 

Come dicevo prima il concetto di dress code si è evoluto nelle diverse epoche e oggi, che il 60% dei dipendenti aziendali fa parte dei Millenial, sicuramente si è molto derogato sul tema favorendo un ambiente più rilassato.

Addirittura alcuni datori di lavoro evidenziano come ‘perk’ (bonus/beneficio) l’assenza di dress code pur di essere competitivi nel reclutamento di nuove leve.

Questa propensione è molto ‘americana’. In Italia e in Europa in generale non siamo ancora così democratici sull’argomento.

Vale ovunque invece il detto ‘Non indossare abiti per il lavoro che fai, ma vestiti pensando al lavoro che vuoi’.

Significa in sostanza che l’impressione che diamo, anche e soprattutto attraverso l’abbigliamento, influenza l’opinione e il loro giudizio sulle nostre perfomance.

 

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