Alessandro Ferrante: il couturier napoletano del “su misura”

Ho la sensazione che nella moda stia avvenendo un grande cambiamento: lo vedo da quello che mi raccontano gli stilisti che sto avendo il piacere di intervistare, ma lo sento anche da come sta cambiando l’approccio nei confronti della moda da parte dei clienti.

Dopo tanti anni in cui si è cercato di rincorrere una moda sempre più veloce e standardizzata, ormai si sta tornando indietro, ai tempi in cui l’originalità del capo, il su misura, il fatto “per una persona” e non per la massa rendeva la moda unica e speciale.

Si sta tornando lentamente ad un nuovo concetto di lusso e di artigianalità, si sta riscoprendo il pezzo unico e il fatto a mano.

In tutto questo trovo meraviglioso vedere come il ritorno alla vera tradizione del Made in Italylo stiano portando avanti proprio le nuove generazioni di stilisti.

Sempre più giovani designer stanno tornando ad una concezione della moda molto più sartoriale e vissuta in modo diverso rispetto alle logiche di business imperanti. Alessandro Ferrante è proprio uno di questi giovani designer.

Napoletano, a soli 31 anni Alessandro ha già capito come il “su misura” sia la chiave di volta per una moda unica che faccia sentire il cliente speciale ed è questo il messaggio che sta portando avanti con le sue creazioni.

Alessandro Ferrante, da interior designer a couturier: l’evoluzione dello stilista

Giovane, ma già con le idee chiare, anzi chiarissime: la passione per la moda maschile inizia a conquistare Alessandro già in giovanissima età quando, a circa 7 anni, si trova a sfilare per un’amica di famiglia in occasione di una collezione di abiti per bambini e scopre di amare tantissimo quel mondo.

Figlio di un architetto, Alessandro all’inizio segue le orme del padre studiando interior design e lavorando in questo settore per circa 3 anni. Il suo destino però era evidentemente un altro e così, ad un certo punto, viene scoperto da un’importante sartoria napoletana che lo “recluta” facendogli realizzare il suo sogno di lavorare nella moda. Da Milano, dove si era trasferito, Alessandro torna nella sua città natìa, ovvero Napoli, e qui inizia la sua vera avventura nel mondo del “su misura” maschile.

Alessandro Ferrante: l’eleganza maschile del “su misura” pensato sulla persona

Quello che mi ha molto stupito di Alessandro è la sua concezione del su misura: non più un pensiero legato all’abito in sé per sé, ma un concetto più ampio, legato alla personalità del cliente stesso. Come ama spiegare lo stilista infatti, l’eleganza maschile è qualcosa di legato alla personalità di ognuno, più che al subire passivamente le mode rimanendone schiavi. Ecco perché è proprio il carattere della persona a guidare poi la scelta dell’abito da realizzare ed ecco perché Alessandro Ferrante non parla più di “su misura” sull’abito, ma di “su misura” sulla persona, alla ricerca della creazione condivisa in cui il cliente partecipi attivamente. Solo in questo modo ad essere elegante sarà la persona e non più solo l’abito.

Una concezione di moda sicuramente legata alla grande tradizione del passato, quella degli antichi couturier, ma allo stesso tempo molto moderna perché oggi, più che mai, nella moda c’è bisogno di personalizzazione per distinguersi ed emergere, anche come stile personale.

Ormai non è più solo il gusto personale a guidare la scelta di un abito, secondo Alessandro, ma è proprio l’identità di ognuno a portare alla scelta di uno stile o di un capo da indossare.

Incuriosita dunque da questo pensiero un po’ controcorrente rispetto alle consuete logiche dell’industria della moda contemporanea, ho voluto chiedere ad Alessandro Ferrante di parlarmi del suo brand, del suo concetto di lusso e artigianalità e dei suoi progetti per il futuro.

Cosa pensa del sistema moda Italia?

Penso che quello della moda sia ancora oggi un settore strategico della produzione del nostro paese. E non mi riferisco solo ai grandi nomi, ma anche ai tanti giovani che – magari senza apparire – contribuiscono a tenere alto il livello dell’italian style. E naturalmente mi riferisco anche alle maestranze che, anche nella produzione su vasta scala, in larga parte lavorano con una passione di stampo artigianale.

L’Italia e quindi le firme italiane hanno ancora un peso a livello internazionale?

Certamente si. Come dicevo, la moda italiana rappresenta ancora oggi una ragione di vanto per il nostro paese.

La moda oggi può ancora definirsi driver di tendenze come è accaduto nel passato?

Le nuove tendenze sicuramente prendono avvio dal sistema moda. Tuttavia le tendenze non nascono solo dall’alto; per diventare tali, hanno bisogno di un processo bottom-up, e non solo top-down. Intendo dire che una tendenza non si può affermare senza che le persone traducano gli stimoli provenienti dal sistema moda in una pratica condivisa. Credo che oggi, più che in passato, è l’individuo a fare tendenza e non, in astratto, la moda. Sentirsi dire “sei alla moda”, per me non è un complimento. Solo chi pecca di personalità segue passivamente i dettami della moda.

Si vede qualcosa di davvero originale o è tutto mix and match e richiamo al passato?

Non credo che il mescolamento di cose già viste, o genericamente il richiamo al passato, vadano visti come l’antitesi dell’originalità. Nel mescolamento di stili e di forme, e nella rivisitazione della tradizione può esserci molta originalità.

C’è ancora spazio per la creatività o tutto è dominato da logiche di business come per i grandi brand guidati da holding internazionali?

Al momento non vedo molta creatività. Partecipo spesso a fiere, ovviamente inerenti al mondo della moda maschile, e quello che noto è che c’è poca inventiva. Nessuno disegna qualche cosa di nuovo, anno dopo anno si rivedono le stesse cose. L’innovazione, semmai, oggi le troviamo nei filati, nei materiali, nei macchinari, non nei modelli. Ciò non esclude che ci possa essere in futuro “un’invenzione” vera, che cambierà il costume, come a suo tempo è accaduto per la minigonna, per esempio. Ma le invenzioni “rivoluzionarie” non nascono mai dal genio di un singolo, ma dalla società. Per restare nell’esempio, la minigonna non sarebbe nata senza il femminismo e senza il processo di emancipazione femminile. In ogni caso, se la ricerca dell’originalità è forzata, e volta esclusivamente a “stupire”, non mi trova d’accordo. O meglio, per me in questo caso non si tratta di autentica originalità, né tantomeno invenzione. L’originalità risiede nel saper cogliere prima degli altri i segnali di ciò che sta accadendo nel mondo. Quando invece è solo un tentativo di distinguersi, che non trova riscontro in ciò che la gente sente e vuole, difficilmente attecchisce: vedi il caso di chi ha proposto la gonna per gli uomini…

C’è ancora spazio per l’haute couture o il pret a porter spadroneggerà fino a diventare l’unica possibile di scelta?

Credo che l’haute couture resisterà, per varie ragioni. La prima, è che è una forma d’arte, e difficilmente una forma d’arte “scompare”. La seconda è che l’haute couture troverà sempre il suo target, fatto di persone che cercano qualità, estetica, e che – per la loro posizione sociale – aspirano a distinguersi dalla massa.

E l’artigianalità?

Non solo resisterà, ma a mio avviso si espanderà. Se consideriamo il lato della produzione, oggi vediamo molti giovani, che , magari dopo aver conseguito una laurea, si dedicano al lavoro artigianale; così come, dal lato del consumo, assistiamo ad un bisogno di oggetti “personalizzati”, nel caso della moda, ad esempio, vediamo un ritorno al “su misura”. Entrambi questi fenomeni, a mio parere, segnalano un desiderio di personalizzazione, in risposta alla massificazione prodotta dalla società industriale. Gli artigiani di oggi spesso sono persone che  cercano un senso nel loro lavoro, che godono nel vedere il risultato del loro lavoro. Così come i consumatori di oggi cercano di esprimere la loro identità, un’identità che il prodotto preconfezionato difficilmente può esprimere.

Cosa è il lusso oggi?

Direi che le dimensioni essenziali del lusso oggi sono due: qualità e libertà.  La qualità oggi è un lusso, innanzitutto perché costa, in secondo luogo perché solo la qualità (dei materiali, della fattura, e così via) soddisfa quel bisogno – un bisogno di lusso, appunto –  di non vedere nei beni e nei servizi solo un valore d’uso, ma anche la possibilità di soddisfare bisogni secondari, come il gusto estetico per esempio. Il lusso è libertà, perché solo pochi sono in grado, o possono permettersi, di esprimere se stessi, scegliendo liberamente in base al proprio gusto ed alle proprie esigenze, senza subire passivamente le tendenze imposte dall’esterno. Il lusso, in sintesi, per me non consiste nel potersi permettere tutti gli status symbol del momento, ma al contrario nel poterne fare a meno.

Come ritagliarsi un proprio spazio? Quale è il fattore di diversificazione e unicità per essere conosciuti e riconosciuti?

Come ho detto, oggi c’è una grande esigenza di personalizzazione, un grande bisogno di esprimere la propria personalità. Per ritagliarsi uno spazio occorre saper rispondere a questa esigenza.

Cosa offre di unico il suo brand?

Credo che la mia particolarità risiede nel mio modo di intendere il su misura. Le mie sono creazioni su misura, ma non su misura del corpo, piuttosto su misura della persona, della personalità del cliente. Non impongo mai la mia idea, ma condivido con il cliente il piacere di decidere i dettagli. Si può dire che i miei abiti, più che essere mie creazioni, sono creazioni condivise… il cliente per me non è mai solo un cliente, ma una persona da conoscere e dai cui mi faccio conoscere. Ho un’idea che guida la mia attività: è l’uomo che deve essere elegante, non l’abito. Non esiste un abito elegante per definizione, l’abito elegante è quello che fa emergere l’eleganza di chi lo  indossa. Lo stesso abito su una persona può risultare elegante, su un
altro volgare, se non corrisponde alla sua identità di quella persona. Amo dire che il segreto dell’eleganza  sta nel metter l’abito giusto sulla persona giusta

Quale è il suo target?

Non ho un target particolare. Io faccio su misura, e credo che a chiunque, almeno in certe  occasioni, serva un abito fatto su misura, su misura nel senso che dicevo prima. Ritengo che sarebbe bello se tutti potessero avere la  possibilità di indossare un abito  personalizzato, rispondente alla propria identità.

Cosa vogliono i consumatori oggi?

Credo di avere già indirettamente risposto a questa domanda. I consumatori oggi cercano la possibilità di esprimersi, di essere se stessi, desiderano dare un significato alle loro scelte di consumo, esprimono un bisogno di entrare in relazione. Tutto ciò in risposta ad un mondo che troppo a lungo ci ha privato del tempo necessario ad interrogarci sui propri bisogni e sui propri desideri. Fretta, spersonalizzazione, adeguamento passivo a ciò che il sistema, e non parlo solo della moda, propone/impone, sono tutte cose che hanno creato un grande disagio, ed ho la sensazione che oggi si stia cercando di reagire, attraverso pratiche di consumo più consapevoli e più partecipate.

Aneddoti da raccontare?

Ne avrei tanti da raccontare, ma preferisco non farlo: per me la riservatezza è un must.

E per il futuro? Dove sarà il suo brand?

Non mi sento di fare previsioni. Ho progetti in caldo, ma da buon napoletano scaramantico, non li svelo.

Consigli per i giovani che vogliono intraprendere la sua professione?

So che sembrano luoghi comuni, frasi fatte, ma il mio consiglio non può essere che questo: metteteci passione e siate pazienti. Innanzitutto domandatevi se è davvero questo il mestiere che volete fare; se si, buttatevici dentro con tutta l’anima, e con la consapevolezza che il mestiere si impara via via, che c’è sempre da imparare, e che i risultati si vedono solo col tempo. Tecnicamente sono ancora giovane, ho solo 31 anni, ma ho già qualche anno di esperienza, e ho avuto modo di capire che senza passione, senza impegno, e senza perseveranza “non si va da nessuna parte”.

 

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